martedì 15 novembre 2022

EMPOLI IS A GAS(SIFICATOR)!

 Quelle vecchie volpi del PD hanno avuto una delle loro trovate: costruire un pirogassificatore a Empoli, uno dei loro storici feudi, confidando nel fatto che le proteste sarebbero state minime. Ad ogni modo, per non rischiare, hanno sottaciuto la cosa il più a lungo possibile, con la complicità della stampa locale. (Sabato scorso il Tirreno ha dedicato una pagina all'argomento, mettendo in risalto prevalentemente l'area verde che sorgerà intorno al gassificatore, la gabbia green che dovrà nascondere l'eco-mostro)
A riprova della ristretta lungimiranza delle istituzioni, le proteste invece si sono levate. In città se ne parla e, seppure con diversi approcci e per diversi motivi, la maggioranza delle persone è decisamente contraria. All'orizzonte si profila l'inizio di una lotta lunga e difficile, che potrebbe cambiare in modo decisivo gli equilibri politici locali. Ci sono tutti gli ingredienti: l'ambiente, i profitti delle multinazionali, il malgoverno, il comitato scientifico, c'è persino l'archistar (cit. Tirreno), situazioni che a Empoli ce le sognavamo.
Sia chiaro fin da subito: questa lotta non porterà ad un miglioramento delle nostre condizioni di vita: bene che vada le lascerà invariate. Allo stesso tempo siamo costretti a lottare, non possiamo fare altrimenti, non si può rimanere neutrali.
Quello che questa lotta potrebbe portare con sé è una maggiore consapevolezza della condizione in cui ci troviamo a vivere, a patto di non farsi influenzare dalla sindrome NIMBY ("Non nel mio giardino!") e considerare la costruzione del gassificatore come l'ennesimo errore di valutazione di questo sistema iniquo e inquinante.
Iniquo perchè la costruzione di questo impianto sarà finanziata con soldi pubblici, ma i profitti saranno privati: è il modus operandi del neoliberismo in questi casi, privatizzare i profitti, collettivizzare le perdite.
Inquinante perchè, oltre all'impatto che avrà sul territorio (desertificazione, esagerato consumo di acqua, aumento del traffico dei TIR con drammatiche ricadute su una già intasata viabilità, ecc..), si potrebbe, prima di bruciare la plastica, provare a produrne e consumarne meno, per esempio. Siamo convinti che con quattrocento milioni di euro si potrebbe trovare una soluzione migliore di un inceneritore.  
I dati tecnici e le valutazioni scientifiche dovrebbero interessarci fino ad un certo punto: il problema non è il metodo con il quale viene costruito questo impianto, ma la visione del mondo dalla quale scaturisce l'idea di costruirlo. Una visione che prevede soltanto l'accumulazione dei profitti e lo sfruttamento indiscriminato delle risorse e degli esseri viventi a beneficio di una ristretta élite di privilegiati.
Qualcuno ha detto, ormai trent'anni fa, che "è più facile immaginarsi la fine del mondo che la fine del capitalismo", ed è purtroppo vero ancora oggi. Quello che dovremmo fare è iniziare ad immaginare un futuro diverso dalla fine del mondo, ripensare il modo in cui sfruttiamo le risorse, i nostri consumi, il nostro quotidiano tiranneggiato dal lavoro o dall'assenza di lavoro che ci fa vivere nell'ansia e nella depressione. Non esiste una ricetta per questo, dovremo procedere per tentativi, sarà un percorso lungo e tortuoso ma, di nuovo, non abbiamo scelta, l'alternativa è continuare a fare questa vita di merda e riporre fede nella speranza, che è solo un altro modo per illudersi e deprimersi.
Un'ultima cosa: evitiamo fin da subito di etichettare questa lotta come pacifica, apolitica, non violenta o altri epiteti cari alla retorica del manifestante educato. Questo atteggiamento ci pone immediatamente in una posizione di deferenza e ci rende automaticamente più deboli della controparte. Che ci piaccia o meno, la questione è politica perchè prevede lo scontro di due interessi contrapposti, e avremo bisogno di tutti i mezzi a nostra disposizione per affrontarla.




                                                  Co.Co.L.E.
                                 Comitato Contro L'Entusiasmo


 


venerdì 8 gennaio 2021

LA RIVINCITA DEL "WHITE TRASH"

LA RIVINCITA DEL "WHITE TRASH"



L'"assalto" di Capitol Hill ha prodotto eccitazione nello stagnante ambiente, ulteriormente assopito dai vari confinamenti pandemici, della (si può dire ex?) sinistra di movimento, ormai atomizzata in una miriade di profili social che per la maggior parte non hanno altri contatti tra di loro se non tramite impulsi elettronici.
A scorrere i commenti si coglie ancora il vecchio vizio, divenuto automatico e per questo ancora più dannoso, di ostentare una presunta superiorità morale e culturale nei confronti di queste espressioni "primitive e impolitiche" di dissenso. Nella società statunitense questa spocchia è stata una delle cause del coagularsi di quella folla che si è ritrovata di fronte al Campidoglio; la supponenza liberal verso gli zotici dei sobborghi e delle campagne è stata uno degli articoli d'esportazione che l'american way of life ha sfoggiato nel processo di colonizzazione culturale dell'occidente.
In Italia questa tendenza, iniziata negli anni ottanta, ha raggiunto il suo culmine nel primo decennio di questo secolo, diffondendosi con varie sfumature negli ambienti di sinistra, determinando la scollatura tra un'élite acculturata, che produceva discorsi principalmente autoreferenziali, e un largo strato proletario che aveva minore accesso alla cultura e poco tempo per capire quei discorsi.
Ovviamente non è il solo motivo della svolta reazionaria che ha preso la società italiana e occidentale in genere. Probabilmente però è il motivo per il quale la sinistra non ha più nessuna efficacia nella realtà sociale.
Qua in provincia abbiamo qualcosa di simile agli hillbillies americani (ovviamente fatte le debitissime proporzioni): i cacciatori, cioè coloro che praticano l'attività venatoria. Costoro sono un condensato (armato) di sessismo, razzismo, specismo e disprezzo per la natura; la maggior parte di loro sono lavoratori precari delle campagne o delle ultime industrie rimaste. Per fortuna è una categoria residuale e destinata all'estinzione; in questo contesto però è utile come esempio estremo di incompatibilità tra sfruttati. A noi capita spesso di averci a che fare e constatare la siderale distanza tra le istanze sociali che proviamo a portare avanti nel quotidiano ed il loro pragmatismo egoista e la facilità con la quale danno la colpa a chi sta peggio di loro. Questo non toglie la volontà di confronto e di conflitto, alla pari e senza presunzione, e, anche se le posizioni rimangono inconciliabili e distanti, abbiamo notato che riusciamo a rapportarci sulla base di un reciproco rispetto, che alla fine è una base come un'altra sulla quale si potrebbe costruire qualcosa.
La discriminante dell'"intelligenza" con la quale spesso si pensa di riconosce chi è fascista o meno, sta facendo dei danni pesanti. Esistono persone, che il senso comune definirebbe "intelligenti", che sono dei fasci fatti e finiti; al contrario, ne esistono di meravigliose che non hanno avuto il privilegio di studiare per tutta una serie di motivi non dipendenti dalla loro volontà. Con queste ultime rimane uno spazio di dialogo e azione comune, che dovremmo essere scaltri a praticare. Invece di continuare a giudicare come dei preti qualunque.



collettivo antikunst limite sull'arno

 

venerdì 3 aprile 2020

NON STA ANDANDO TUTTO BENE

E' ormai un'evidenza: il cosidetto "lockdown", così come è stato pensato ed agito dal governo di questo paese, è stato un fallimento. Dopo un mese dall'inizio di  questa misura, possiamo affermarlo senza timore di smentita. Il fantomatico "picco" dei decessi non è arrivato, ed è ormai quasi sparito dalla narrazione mainstream  così ansiosa di far ripartire "l'economia". Più verosimilmente assisteremo ad un calo progressivo che forse coinciderà con l'approssimarsi del clima mite e l'arrivo  dell'estate. Il prossimo autunno, se rimarrà questo l'andazzo e i governanti persevereranno nella loro ottusità, saremo punto e a capo, visto che il vaccino è ancora  di là da venire.

In primo luogo, l'aspetto più palese del fallimento si è manifestato dal punto di vista sanitario, il settore più direttamente coinvolto nell'emergenza: misure  approssimative e scollegate, con il personale ospedaliero abbandonato a sè stesso e sprovvisto della necessaria e basilare strumentazione per affrontare e arginare  questa inedita epidemia. Se accettassimo (e, ovviamente, non accettiamo) la metafora guerresca propugnata dalla propaganda istituzionale, questa débacle sanitaria  si potrebbe paragonare alla Campagna di Russia e alle scarpe di cartone di mussoliniana memoria. Non di meno è il risultato di decenni di tagli allo stato sociale, di  privatizzazioni in mano al liberismo più avido e avventato, di un professionismo rivestito di broccato e gioielli che con il loro illusorio luccichio promettevano un  futuro di inesauribile miglioramento materiale. (Prima o poi questi patiti del benessere andranno trattati alla stregua dei tossicodipendenti, riconoscendoli ed  evitandogli di prendere decisioni durante le loro crisi allucinatorie e di astinenza).

Era chiaro fin dall'inizio quale sarebbero state le prerogative, quando il governo dichiarò lo stato di emergenza. Non ne hanno mai fatto mistero: la produzione  doveva andare avanti, avevano previsto qualche effetto collaterale, qualcos'altro doveva essere sacrificato (ed è per queste occasioni che mantengono sempre  qualcosa di sacrificabile, anche nei periodi di bonaccia), ma le grandi aziende, gli amici degli amici, quelli che "mandano avanti il paese" (cioè coloro che sono  riusciti ad inserire degli influencer tra chi ha il potere di decidere) dovevano rimanere aperte, ad ogni costo - e per favore, lasciamo perdere la pelosa distinzione  essenziali-non essenziali, loro non decidono in base a questi obsoleti manicheismi.
La reazione esclusivamente emotiva che è scaturita tra la popolazione al diffondersi del virus non ha fatto altro che rafforzare quelle prerogative e dissipato le  residue remore degli imprenditori più pavidi. Il sacrificio delle classi subalterne è sfumato in secondo piano, è diventato scontato, c'era da difendere l'onore di una  nazione, la sua prosecuzione biologica ed economica.
In poche parole, la classe dirigente, privilegiata, l'élite neoliberista, l'aristocrazia delle rendite, i padroni, insomma, le varie categorie che raccolgono i frutti inquinati  del capitalismo maturo, hanno fatto la loro mossa scontata: chi è dentro ormai è in ballo, è sacrificabile, non può sfuggire. Lo chiameremo "eroe", decanteremo da  tutti i balconi della patria le sue gesta, ricorderemo il suo martirio con viva commozione ogni anno istituendo un giorno alla sua memoria.
Gli altri tutti in casa, chiusi a consumare quello che è ancora consumabile, ad abituarsi a socializzare solo tramite apparecchi elettronici, ad abituarsi ad avere paura,  ad obbedire ad ogni altra chiamata all'emergenza. I governanti devono coltivare l'obbedienza nelle classi subalterne, esse saranno la carne da cannone dei prossimi  lockdown.

Questa quarantena è un pessimo precedente. Ha dimostrato ai governanti la misura illimitata del loro ascendente sui governati. Ha accelerato in una folle fuga in  avanti le loro possibilità di controllo sui sottoposti. Ha rafforzato ulteriormente il loro potere già in precedenza assodato.
E' un pessimo precedente soprattutto per le classi subalterne. La loro mancata reazione all'arbitrarietà delle decisioni repressive, l'incapacità di instaurare  un'alternativa autonoma alle costrizioni delle istituzioni, sono carenze che si faranno sentire pure nel breve periodo.
Nessuno mette in dubbio il fatto che fosse necessario fermare la diffusione del virus (a mente fredda poi sarà utile discutere su come il virus sia nato e in che brodo  di coltura si sia sviluppato, cioè nella società neoliberista opulenta e inquinata), solo che delegare le decisioni sulla nostra salute a dei governi che hanno fatto tutto il  possibile per limitare il nostro accesso ad essa, sembra un'idea come minimo deleteria.

Al di là della dimensione politica della faccenda, sicuramente preponderante e che influenza tutto il resto, esiste anche una "sovrastruttura" psichica, cioè in che  modo gli individui si rapportano a questa epidemia, e dell'immaginario collettivo che ne viene fuori. L'agire delle persone in questi giorni (pensiamo specificamente a  persone che si considerano perlomeno orientate a "sinistra" e che non stanno battendo ciglio di fronte al dilagare della delazione e ad una sospensione dei diritti  civili che avrebbe fatto invidia a JunioValerio Borghese) - l'agire delle persone sembra condizionato eccessivamente dalla paura di morire, o meglio, dal fatto che la  nostra epoca abbia uno sporadico rapporto con la morte, sicuramente un privilegio dei nostri tempi (e dei nostri luoghi, perchè in altre parti del mondo il rapporto  rimane frequente anche oggigiorno). Ovvio che la paura di morire sia innata nell'essere umano in quanto essere cosciente, ma a questo si aggiunge il fatto che ci  siamo disabituati alle elaborazioni dei lutti. Non siamo pronti a morire (nonostante le teste d'uovo che lo cantano dai balconi), stimiamo troppo importante la nostra  vita in confronto a tutto il resto, che alla fine accettiamo di tutto pur di non morire (basta che sembri efficace); reputiamo "non conveniente" mettere in gioco le  nostre vite per un loro miglioramento qualitativo; ci attacchiamo con le unghie a questo simulacro di vita ogni volta che qualcosa di esterno la minaccia.
Questo potrebbe spiegare in parte anche le difficoltà di radicalizzazione che sta vivendo il movimento di contestazione in Italia negli ultimi vent'anni: c'è un grande  rimosso che non è mai stato veramente elaborato, la morte di Carlo Giuliani e le violenze di Genova 2001, che seguiva altri grandi rimossi, la lotta armata e gli anni  settanta, giù fino alle vendette del dopoguerra. Si potrebbero inquadrare queste difficoltà come disturbi da stress post-traumatico. Ma questi sono altri discorsi.

Perciò, bruciamo fin da subito le illusioni: no, non ci sarà una sollevazione popolare; no, il capitalismo non crollerà. Nonostante tutti promettano di ricordare i torti e  i soprusi venuti fuori durante questa quarantena, quando finirà molti saranno travolti da problemi economici e  psicologici e avranno altri cazzi per la testa. Sarà  invece utile conservare, organizzare ed accrescere quelle situazioni di solidarietà dal basso che si sono create un po' dappertutto, e aprire una discussione seria su  come sviluppare autonomia nei periodi di emergenza, per non farsi cogliere impreparati come questa volta. E' vero, non è la controffensiva in grande stile che tutti  vorremmo, ma al momento i rapporti di forza sono questi, e l'unica maniera che abbiamo per incidere sul reale rimane il lento lavorio quotidiano nell'intessere  relazioni paritarie, rimanendo lucidi e critici. Non sarà una passeggiata.







lunedì 22 gennaio 2018

L'IMBARAZZO DELLA SCELTA


Sgombriamo subito il campo da possibili fraintendimenti: il 4 marzo noi non voteremo alle elezioni politiche, non l'abbiamo mai fatto e non inizieremo certo questa volta, adesso che il teatrino elettorale si sta facendo sempre più squallido. Allo stesso tempo non abbiamo intenzione di convincere nessuno: ormai ci sembra che andare a votare o non andare abbia la stessa valenza, cioè nulla. Per quanto ci riguarda, vogliamo almeno risparmiarci l'imbarazzo di una scelta tra proposte più o meno intercambiabili, al di là della loro minore o maggiore esuberanza e pretesa di novità.
Come di consueto, da qualche anno a questa parte, l'astensione sarà l'opzione preferita da una significativa parte di potenziale elettorato. Per il resto, il sostanziale stallo percentuale tra i tre maggiori contendenti porterà probabilmente alla formazione di un altro governo che non sarà l'espressione del risultato delle urne, ma verrà imposto per motivi di "stabilità" (qualsiasi cosa voglia dire); nei fatti un governo che garantisca la continuazione delle politiche di tagli al welfare e che lasci la libertà di azione al capitalismo finanziario di "privatizzare i profitti" e "socializzare le perdite", con il consueto corollario di repressione del dissenso sotto qualsiasi forma, grazie ai loro "nei secoli fedeli" servi in divisa.
Questa triste campagna elettorale è il riflesso del livello culturale di questo paese, amplificato in negativo da quei social network che, stando ad una vecchia novella a cui tutti per un po' abbiamo creduto, avrebbero invece dovuto elevarlo. Gran parte del dibattito si sta concentrando sui temi della sicurezza e del decoro, perchè elementari da spiegare e percepiti come cose "giuste" (quale persona sana di mente si dichiarerebbe contrario a questi due universali e sacrosanti "diritti"?), ma più che altro perchè è facile architettare una narrazione che riesca ad individuare qualcuno che li stia minacciando e di conseguenza compattare agevolmente un fronte unito contro un nemico comune. E' più semplice fare propaganda contro qualcosa, che proporre un'idea costruttiva. I capri espiatori, poi, sono perfetti, spauracchi atavici e all'occorrenza metafisici senza nessuna rappresentanza politica o interessi economici: i migranti, dei quali non importa niente a nessuno, politicamente parlando e, in generale, i poveri, vaga classe sociale alla quale la maggior parte delle persone si rifiuta di fare parte, anche se nei fatti ci sono dentro fino al collo.
L'altra carta in mano ai candidati, ristretta però all'uso del sedicente centro-sinistra e a strati del M5S, è la discriminante antifascista: "Votate per noi, o consegnerete il paese nelle mani del Male", arma a doppio taglio e sempre usata maldestramente da chi l'ha evocata in passato. Non esiste attualmente un'emergenza fascismo più grave di quanto lo sia sempre stata. Da quando è nato, il fascismo è sempre tornato comodo al potere: all'inizio, negli anni '20, per reprimere le lotte operaie del Biennio Rosso; negli anni '70 è stato funzionale alla strategia della tensione e per affossare le conquiste delle Autonomie; oggi serve a fomentare le guerre tra poveri e tenere diviso il proletariato. Il fascismo ha sempre solleticato gli istinti pelosi della parte repressa di questo paese, ed invocarlo è sempre molto pericoloso: prova ne è, per restare nella nostra zona in tempi recenti, l'odioso episodio che ha visto vittima la sindaca di Empoli, destinataria di una xenofoba e sgrammaticata lettera minatoria (senza per questo dimenticare gli sdoganamenti di cui sono stati artefici in questi anni molti esponenti del suo partito).
Ciò non toglie che i fascisti ci sono ancora e stanno rialzando la cresta, aiutati in questo dal mainstream che sta facendo di tutto per legittimarli politicamente. Ma abbiamo ormai un'esperienza secolare di pratiche per combatterli, non è necessario votare Pd o Cinque Stelle (a questo proposito leggetevi il fumetto di Zerocalcare "Non è una partita a bocce"): per esempio, quando invocano la libertà di parola per vomitare la loro schifosa propaganda, bisogna rendersi conto che loro non hanno nulla da spartire con nessun tipo di libertà, anzi ne sono la negazione, quindi contrastarli in qualsiasi modo è legittimo da parte nostra, anzi è un dovere, e tranquilli, non stiamo contravvenendo a nessun precetto morale o comandamento etico, chi vi dice il contrario è in malafede.
La Resistenza non è finita il 25 aprile 1945: la Resistenza continuerà fino a quando esisteranno i fascisti.

mercoledì 1 marzo 2017

DEPRESSIONE ITALIA

Questo Paese è socialmente malato, di una grave patologia psicotica. Che si sta aggravando ulteriormente, visto che nessuno vuole ammetterlo. Proviamo ad elencare alcuni avvenimenti successi negli ultimi tempi: l'istigazione al suicidio di un sedicenne ad opera di sua madre e della guardia di finanza per dieci grammi di fumo; l'irruzione e la carica della polizia dentro una biblioteca universitaria a Bologna; Bello Figo e la censura nei suoi confronti (della quale nessun voltairiano, quelli del #jesuisetc..., si è degnato di prendere in considerazione); la ridicola polemica sulle palme e i banani di fronte al Duomo di Milano e l'idiota che li ha bruciati; la vigliacca, misogina e razzista rappresaglia fuori dal lidl di Follonica; i discorsi oscurantisti sull'aborto e l'eutanasia, degni del periodo di maggior splendore dell'Inquisizione; l'attacco indiscriminato verso l'UNAR (con la complicità di quegli infami delle Iene) e i "furbetti" della pubblica amministrazione, quando allo stesso tempo non desta scalpore che lo Stato Italiano spenda 23 miliardi l'anno nell'apparato militare e altri 20 miliardi per salvare le banche dei padroni.
Il corpo sociale è completamente preda dell'irrazionalità e dell'isteria, esiste un diffuso complesso di inferiorità nei confronti dei modelli che la morente società capitalista ci ha imposto di seguire. Non c'è un movimento reale che sia in grado di proporre un'alternativa perseguibile a questi modelli e per questo la maggioranza appoggia la repressione e si adegua alla mediocrità. O meglio, esiste un generoso movimento che si oppone allo stato di cose presenti, ma possiede poca influenza, è marginalizzato e non viene riconosciuto da chi dovrebbe farne parte.
I nuovi mezzi di informazione cibernetici hanno fatto il resto, spersonalizzando il confronto e dando il via libera a rancori e rivalse rozzi e ingenui. Il berlusconismo democraticizzato: ogni scemo può dire la sua stronzata senza bisogno di argomentarla, senza responsabilità, senza conseguenze, rinnegandola in qualsiasi momento. Bisognerà iniziare ad ammettere che Facebook e tutta la merda simile ha generato più danni che benefici. I social network hanno inquinato il dibattito pubblico. Non c'è più verso di intraprendere una discussione senza che qualcuno alzi la voce per avere ragione, o dia la colpa di qualsiasi cosa, a seconda delle circostanze, ai politici o agli immigrati. Il discorso si focalizza soltanto sugli effetti, meglio se morbosi e sanguinolenti, glissando completamente sulle cause, cioè il miglior modo per non trovare mai una soluzione ai problemi. Si fa un gran vociare dell'orgoglio italiano, il popolo italiano, prima gli italiani... Ma che cazzo vuol dire?! Di cosa stiamo parlando, che voi italiani non andate d'accordo neanche alle riunioni di condominio!
Il quadro politico è una desolazione senza uscita. L'ultima speranza dei democratici, il movimento cinque stelle, si è mostrata per quello che è sempre stata, un'ipocrita illusione. Il loro cavallo di battaglia, il legalismo, li sta distruggendo, com'era prevedibile. E' stata una pessima mossa assurgere a dogma fondativo una costruzione che è la pietra angolare di quello che si pensava di combattere. La legge non è un principio assoluto, una verità incontrovertibile: è soltanto l'espressione di un determinato potere che in un determinato momento storico possiede la forza di imporre la sua volontà in funzione dei suoi interessi (infatti, per rimanere in Italia, un tempo è stato legale perseguitare gli ebrei, e ad oggi è legale torturare, visto che non esiste una legge che lo vieta).
Sappiamo di chi sono le responsabilità politiche e morali di questa situazione, e dovremmo agire di conseguenza. Quando, in un futuro purtroppo ancora lontano, il capitalismo verrà considerato come un errore della Storia, i nostri discendenti si chiederanno come sia stato possibile ridurre un pianeta ad una pattumiera e costringere i suoi abitanti, che hanno avuto soltanto da rimetterci dalla loro condizione di schiavitù, ad essere complici di un ideale egoista di accumulazione che non ha alcun senso logico. Siamo certi che non troveranno una risposta. 

lunedì 12 dicembre 2016

NON ESISTE UN DOPO-REFERENDUM

E' imbarazzante, in questo Paese, salire sul carro dei vincitori, perchè quel carro è sempre affollato di personaggi sgradevoli che non meritano di starci. Quindi, restiamo con i piedi per terra: quella del no non è, dal nostro punto di vista, una vittoria, è soltanto il raggiungimento di un obiettivo, quello di far cadere un governo che ha emanato le riforme più liberiste e anti-popolari degli ultimi decenni. Il problema di fondo rimane. Non crediamo che i governi a seguire, di qualsiasi forma o colore essi saranno, riusciranno a sottrarsi alla tendenza politica di questa epoca, ossia la progressiva sovrapposizione degli interessi di chi è al potere con quelli dell'economia e della finanza.
Il completo fallimento della democrazia borghese reale si sta trascinando dietro anche la sua organizzazione formale. I commenti che la borghesia illuminata e gli intellettuali organici al sistema di sfruttamento odierno hanno fatto del risultato di questo referendum, sono stati di malcelato rancore e di neanche tanto sottile disprezzo verso gli elettori che hanno votato il no. Costoro si ostinano a non voler recepire il messaggio espresso da questo voto: la loro delegittimazione da parte di una classe in progressivo e irreversibile impoverimento, quando non già povera e disillusa. Il loro attaccamento al potere e la loro miopia analitica ci stanno trascinando verso forme di governo conservative dei privilegi e repressive del dissenso, forme che porteranno ad un ulteriore peggioramento delle condizioni reali di esistenza.
Il cadavere istituzionale dell'unione europea è pervaso al suo interno da germi razzisti e autoritari che sono le scorie più tossiche rilasciate dall'insuccesso delle sue politiche. Sono le vecchie logiche di dominio mai superate, declinate all'era tecnologica e post fattuale. Il razzismo viene usato per non parlare di politica e dei problemi sociali, e per imporre dall'alto misure draconiane ed estemporanee, come se il nocciolo della questione fosse solamente l'immigrazione, e non soprattutto il fatto che la ricchezza si sta ancora e sempre concentrando nelle mani di un'élite ben definita. L'informazione generalista, se da un lato fa finta di preoccuparsi delle derive populiste del vecchio continente, dall'altro propaganda il razzismo con un linguaggio morboso ed intollerante, dando il massimo risalto a episodi sensazionalistici e commenti "di pancia" vomitati dagli ennesimi "utili idioti". Per esempio, Salvini, squallido personaggio sempre in cerca di attenzioni, (sintomo di una sindrome dell'abbandono per la quale farebbe bene a farsi aiutare), e pronto a prendersela contro chi non si può difendere, come un qualsiasi bullo delle medie.
Siamo circondati da situazioni infuocate sulle quali i nostri governanti stanno gettando benzina. Il cambiamento non verrà certo da loro, ma dal basso, dalla nuova organizzazione di un contro-potere, di un argine contro chiunque voglia esercitare una qualsiasi autorità sulle nostre vite, dell'auto-determinazione della classe per il momento subalterna. Non esiste un dopo-referendum: è esistito un passato, dal quale dobbiamo imparare dagli errori e recuperare esperienze costruttive; esiste un presente problematico da affrontare con le armi della critica e ben consapevoli della nostra condizione; esisterà un futuro ancora da decifrare, dipenderà da noi se sarà un piacere farlo o meno.

sabato 5 novembre 2016

IN SCIOPERO FINO ALLA PENSIONE!

IN SCIOPERO FINO ALLA PENSIONE!


Ci risiamo, è successo di nuovo. Mi dicevo basta, adesso è l’ora di cambiare registro, non sei più un ragazzino, bisogna che ti trovi un lavoro serio e inizi a farti una vita. Qualcosa del tipo tutti i giorni nel solito posto, otto ore come minimo, e attaccamento, dedizione e gratitudine al datore di lavoro. “Datore di lavoro”, che stronzata di locuzione! Riniziamo a chiamare le cose con il loro nome: padrone! Forse si allevierà per un po’ la nausea che ci assale ogni mattina al risveglio.
Io l’avevo trovato, quel cazzo di lavoro, e tutti a dirmi ah che fortuna, di questi tempi, tientelo stretto che è un attimo rimanere disoccupati, sì è vero, la paga è bassa però, meglio di niente, e tutta una serie di formule consolatorie che non mi consolavano affatto, anzi non facevano altro che alimentare il senso di oppressione che mi costipava i pensieri. Tra l’altro era il lavoro che mi sarebbe dovuto piacere, è perfetto per te, all’aria aperta in mezzo alla natura, la mia consacrazione, la degna pietra tombale eretta sui cadaveri delle mie speranze. Non ce l’ho fatta invece, non l’ho sopportato, e non perché penso di essere un ribelle o perché voglio preservare l’illusione della giovinezza, ho superato queste fasi, sono più consapevole. Ogni volta che mi affranco da un lavoro mi sento sollevato, come quando, credo, si riesce a schivare un proiettile che potrebbe ucciderti. Non esiste un lavoro che riesca a sostenere, e men che meno possa trovare piacevole. Per me parla il mio percorso lavorativo: la prima occupazione fu in una cereria, inzuppavamo le candele in delle vasche di acetone, con il padrone, un vecchio ubriacone, che era lì con noi, fumava tre pacchetti di MS al giorno e ogni tanto qualche tizzone finiva dentro e ne usciva una fiammata: avevamo sedici anni e la cosa poteva anche divertirci, dopotutto gli scroccavamo le sigarette e qualche cicchetto. Poi mi ritrovai ad una pressa a fare vasi di ceramica per un bottegaio avido, corroso dal sospetto e dalla diffidenza; con me c’era un uomo sui quarantacinque anni, gentile e comprensivo, che qualche anno dopo morì ancora giovane di infarto. Successivamente fu la volta di un’industria dolciaria: ero in magazzino e preparavo i bancali per il cellista, una delle persone più tristi che abbia mai conosciuto, doveva stoccare la merce in una cella a trentadue gradi sotto zero e aveva il raffreddore tutto l’anno, anche d’agosto. Poi di nuovo ad una pressa, in una fabbrica che produceva, tra l’altro, materiali per rivestimenti di carri armati, astronavi e stronzate simili. Sette ore – turno di notte – a pigiare un bottone e accatastare piastrelle di materiale indistruttibile, destinate all’esercito israeliano e alle navicelle spaziali della NASA. Quindi in un laboratorio di bigiotteria, dove si rifinivano ninnoli con una mola spietata: ho visto un ragazzo più giovane di me perdere l’indice di una mano con quella macchina infernale, il guanto dove mancava un dito e al suo posto usciva una fontanella di sangue. Ci sono rimasto quattro giorni in quegli scantinati, giusto il tempo di inventare una scusa – allergia alla polvere di ferro. E in rapida successione: sottopagato al montaggio di lampadari e plafoniere, magazziniere in un capannone immenso senza riscaldamento, occupato nel bucolico e rustico mondo dell’agricoltura, vendemmie, raccolte, potature, giardinaggio, alla mercé di gretti caporali e aristocratici fattori che si sdegnavano di smotarsi le Hogan.
La fine di ognuno di questi lavori è stata una risalita dagli inferi, una boccata di aria fresca dopo mesi di paludosa apnea. Ricordo sempre con piacere le mattinate durante le quali mi svegliavo senza la dittatura di una sveglia e avevo davanti un giorno vuoto di obblighi e per questo pieni di seducenti aspettative. Quando lavori non riesci mai a cogliere appieno l’intensità dei profumi, la luminescenza del cielo, la vivacità dei colori e la profondità dei desideri. Tutto rimane congelato in attesa del giorno di riposo che, come l’ora d’aria del detenuto, si consuma nella bramosia dell’attesa di qualcosa di speciale, di unico, di eccezionale, che non arriverà mai. E se arriverà, rimarrà solo il suo racconto che si confonderà assieme agli altri banali discorsi della pausa-pranzo del lunedì.

Detto ciò mi trovo obbligato a considerare l’aspetto materiale della questione: senza soldi non si può stare, per ora, non si campa di rendita, almeno per quanto ci riguarda. Sembrerebbe un problema insormontabile se affrontato dalla prospettiva capitalista, cioè quella con la quale ci hanno educato e che subiamo ogni giorno. In una società in cui l’unico metro di valutazione rimane quello monetario, in cui il valore delle cose e delle persone è solo valore di scambio, in cui la convenienza determina i rapporti sociali, è inconcepibile stare senza generare profitto, senza produrre. Se per un attimo provassimo a osservare la realtà da un ottica diversa, obliqua a quella dominante, una visione storica che metta al centro dell’obiettivo i desideri dei viventi, l’armonizzazione dell’azione umana con quella del resto dell’ambiente naturale e animale, un’esistenza non più votata all’accumulazione, ma all’affinamento, alla scoperta e allo sperpero di piaceri e sensazioni – a quel punto cadrebbe il reticolato di menzogne, ansie e paure che ci hanno costruito intorno alla mente. E nessuno troverebbe più così necessario lavorare. Sarà un percorso lungo e difficile, i nostri nemici, militarmente e mediaticamente ben equipaggiati, faranno di tutto per farci desistere, ne va della loro sopravvivenza. Dovremo essere in tanti e convinti di fare la cosa giusta, perché alla fine lo è. Si tratta di salvare l’umanità dalla propria estinzione, e non è un eufemismo. E non venitemi a parlare di utopie o illusioni: trovo molto più stupido consegnare una vita, che per inciso è l’unica che abbiamo, allo sfruttamento soltanto perché non siamo più capaci di immaginarci una condizione migliore.    

venerdì 30 settembre 2016

IL SONNO DI UNA REGIONE GENERA RENZI

IL SONNO DI UNA REGIONE GENERA RENZI

Toscana: la regione “rossa” per eccellenza, oppure, a seconda dei gusti, “il buco nero della democrazia”, come la definì qualche anno fa un vecchio protettore di prostitute. Terra solcata da vanghe millenarie che, oltre al sudore, ha dovuto assorbire il sangue dei vigliacchi eccidi nazi-fascisti, dai quali nacque una lotta fiera e orgogliosa, e ben presto tradita. Le case del popolo, le cooperative, le bestemmie come intercalare. Dalla fine della seconda guerra mondiale tutti i rapporti economici e sociali si sono retti su compromessi formali, sia con il capitale che con la chiesa, e di conseguenza con l’organismo che le riuniva, la democrazia cristiana. Le amministrazioni erano guidate a grande maggioranza dal PCI, e distillavano politiche sociali quel tanto che bastava a tenere calma la base ed evitare che si corresse il rischio di realizzare il comunismo. La domenica il marito andava al bar e la moglie ad ascoltare il prete, così che il saldo delle anime fosse almeno in pareggio. Le cose sembravano funzionare e questa situazione si cristallizzò: i bottegai costruivano villette abusive al mare, il “padrone-compagno” elargiva tredicesime agli operai, che in questo modo potevano permettersi l’auto e tutti i comfort del nascente consumismo.
Con la caduta del Muro e le conseguenti periodiche ristrutturazioni del capitalismo, il compromesso iniziò a vacillare, scoperchiando tutte le sue contraddizioni. La sinistra istituzionale, durante tutte le sue involuzioni, è rimasta al timone del potere locale, ma per sopravvivere è stata costretta a continue concessioni nei confronti del nuovo assetto economico: in poche parole, essendo i rapporti di forza favorevoli a quest’ultimo, ha dovuto mascherare le privatizzazioni e i tagli al welfare come frutti della propria anima riformista, puntando sulla narrazione di un “liberismo dal volto umano”. In questo brodo di coltura, con l’opinione pubblica ancora frastornata, incapace di reagire e tendenzialmente sempre più povera, si sono fatte strada nella classe dirigente del nuovo partito mutazioni ibride, soluzioni liquide buone per tutte le stagioni, figure che mantengono i tratti d’onestà e fiducia tipici di una certa idea di sinistra, unito al pragmatismo delle buone intenzioni dal sapore democristiano, il tutto condito dalla giusta dose di paraculaggine ereditata dal miglior berlusconismo. Questo nuovo standard nazional-popolare, integrandosi con la supposta, proverbiale simpatia dei toscani, ha generato oltretutto personaggi funzionali ad una determinata narrazione culturale, che hanno fatto in una certa misura da apripista al successo del format. Ci riferiamo a starlette del calibro di Carlo Conti, Pieraccioni, Panariello, Jovanotti, spacciatori inflazionati di sentimenti plastificati e spensierate risate, ansiolitici ideali a far dimenticare la pauperizzazione delle nostre esistenze.
Ovviamente voteremo NO al prossimo referendum. Ma non per esprimere disaccordo su una legge specifica, salvare la costituzione, o a cosa diavolo serva questo referendum. D’altra parte, anche le destre e losche figure imprenditoriali hanno manifestato la loro intenzione di diniego, inserita nelle dinamiche di lotta per il potere interne alle classi dirigenti, dimensione che non ci riguarda. La Legge è sempre stata funzionale alla gestione e alla conservazione dei privilegi delle classi dominanti, lo abbiamo ben chiaro e non abbiamo la pretesa di cambiarla, ne vogliamo piuttosto la dissoluzione. Il nostro NO trascende l’apporre una semplice crocetta su un foglio: è la risposta ad una domanda che chi ci governa ha una gran paura di porci, è la negazione di tutto un sistema di pensiero basato sullo sfruttamento e la prevaricazione, è l’opposizione totale, radicale, alle azioni che una minoranza ben armata sta imponendo al resto dell’umanità. Se poi questo voto servirà a far cadere un governo, tanto di guadagnato: alimentare il caos, analizzarlo, approfittare delle pieghe che possono essere favorevoli alla nostra classe, quella proletaria, visto che la confusione che regna in essa non ne permette un’organizzazione. Si può avere opinioni differenti su questioni specifiche, ma su una cosa bisognerebbe essere tutti d’accordo: il capitalismo va distrutto, prima che ci distrugga.

COLLETTIVO ANTIKUNST


mercoledì 18 maggio 2016

LA POESIA NELL’ERA DELLA SUA MANIPOLAZIONE MEDIATICA


Cari i miei tempi strani! Dove vediamo settantenni ricordare il rock’n roll della loro giovinezza –
Dove si ristrutturano le piazze in base alle esigenze del momento –
Dove la necessità di sublimare sta diventando l’ultimo modo di capire.
Dove non si dice più “unico” perché considerata una categoria obsoleta.
Dove la speranza si risolve in una vacanza-premio a Singapore –
Dove un articolo come la droga ha ancora/sempre bisogno di pubblicità –
Dove i desideri delle donne e degli uomini trasbordano oltre i versi di una sestina.

La poesia è il battito del cuore del mondo, e non è nato ancora nessuno che la sappia insegnare. C’è stato chi è riuscito a renderla gradevole, al passo coi tempi, piacevole al gusto e all’orgasmo. D’altronde, ci vuole una certa predisposizione al commercio, bisogna pur campare!
Le vedo che ci osservano, le Muse orgogliose, schierate come una giuria civile. Non parlano per il momento, annoiate ed immobili, ma lo sguardo è come una sentenza. C’è chi piange, ma è soltanto perché sta tagliando una cipolla. C’è chi ride, ripensando ad una brutta figura che hai fatto qualche anno fa. Chi si commuove addirittura, presaga della tua triste fine, del proiettile che metterà il punto alla sorte.
Sono deluse, accigliate, qualcuna ha già preparato i bagagli. Se sono rimaste fino ad ora – povere anime! – è solo perché hanno ceduto al ricatto, hanno creduto nel riscatto. Ma ormai hanno già visto quello che avevi da offrire, ed hanno esclamato: -Ah beh, avanti il prossimo!
Chi le può biasimare, creature celesti!, se adesso si dilettano a prendere il sole di una nuova primavera, o percorrono l’ineluttabile del loro destino? Io no di certo, soldato nelle schiere delle loro titubanze, disertore tardivo e per questo complice carnefice. Posso solo sparire in silenzio, lasciando ad altri il trambusto dell’incomprensione.
Scivolare verso sud, seguendo il declivio naturale della terra, agognando un perdono che comunque non meriterei. Se non altro scurirebbe la mia pelle e mi fornirebbe nuove cicatrici delle quali potrei inventare la genesi. Rassoderebbe le membra allontanandomi dalla maggiore oscurità.
Ma senza le mie Muse, chi placherà il freddo? Il vento sbuffa già borioso, ed è appena settembre! Tu mi dici che nuove coperte serviranno allo scopo, ma saranno abbastanza calde? Sapranno dove ripararmi? Ma, in fondo, non è un loro problema.
Però che nostalgia, le mie affascinanti camelie, le ho riviste con gli occhi di una volta, non sono per niente invecchiate. Si muovono ancora leggere, scattanti come tortorelle, e non ci badano nemmeno.
Non le ha per niente sfiorate l’inferno che mi ha consumato in questi anni. Mi sorridono per un attimo, colme di compassione, e poi sotto a pensare a come vivere. C’è da mandare avanti la baracca, agli scarti come noi ci penseranno da ultimo.

La poesia è il rumore della digestione di un malessere interiore. Un perentorio peto scoccato in faccia al negativo. La valvola di sfogo di una costipazione esistenziale. In questi tempi di censura delle emozioni, queste parole, ammucchiate a formare un faro di fronte ad una notte troppo buia, sono una resistenza all’annullamento. Fin quando continueranno ad uscire – e sono certo che non smetteranno mai – la fine si potrà posticipare.
Forti di almeno una certezza, o illusi da un errore madornale, ci affacciamo di nuovo alla superficie, guardinghi e sospettosi. Nessuno sembra notarci, sono tutti troppo occupati nei loro mestieri importanti.
Ci facciamo coraggio e occupiamo gli spazi improduttivi, i monumenti di cattivo gusto, le spiagge irraggiungibili, i castelli troppo grandi. Non vogliamo una proprietà – vogliamo la fine della proprietà.
C’è chi non capisce, o forse capisce fin troppo bene: -Non si può far così, c’è un regolamento, se non lo rispettiamo, sarà il caos!
Bisognerebbe mettersi d’accordo, almeno sulla concezione dell’idea di disordine, cosi saranno più chiari gli schieramenti, una volta per tutte.

La poesia è il linguaggio cifrato che il nemico non riuscirà mai a capire, e questo lo rende nervoso, vulnerabile. E’ riappropriarsi delle parole, per non dover più prenderle in prestito, pagando un interesse troppo alto. E’ il sottinteso che emerge all’improvviso, lasciando di stucco i delatori, e illuminando chi ancora non era convinto.
L’esproprio delle parole da parte della cultura dominante è uno dei più gravi e sottovalutati crimini contro l’umanità, aggravato dal fatto che cerca – e pare con successo – di rivenderle, sterilizzate e ben plastificate, maggiorate dei costi di imballaggio e spedizione. La loro riproduzione vuota ed ossessiva è l’ultima mistificazione della loro funzione originaria.
A chi potrà ormai importare un uso qualitativo delle parole, se adesso conviene di più accumularle ed urlarle per avere ragione? Noi, che riconosciamo le parole come sola moneta per arrivare ai nostri desideri, subiamo questa controffensiva, apparentemente sfrenata. Ci struggiamo nella ricerca di una dimensione inattaccabile, e per questo ci silenziamo per anni.
Partecipiamo controvoglia allo scambio neutro delle chiacchiere di circostanza e intanto, con fragili tasselli, costruiamo il bastione che conterrà l’urto di una nuova ritorsione. Si sa, i rapporti di forza per il momento sono a nostro svantaggio, e il fortilizio può crollare in ogni istante. Ma le radici non potranno essere estirpate, almeno non in questa vita, è la nostra dannazione.

La poesia è anche il rumore dei baci, il fragore dello sfregamento delle pelli avvinghiate.
Mi piacerebbe riuscire a piangere, ma il riscaldamento globale ha prosciugato tutte le mie lacrime. Posso solo restarmene triste in disparte, continuando a sperare che il mio stato d’animo venga scambiato per serietà. Non meritiamo questo supplizio, non ne abbiamo colpa. “… rimpianti tanti; in ogni caso, nessun rimorso …”






lunedì 8 febbraio 2016

IL SOGNO DI UNA GENERAZIONE SARA' L'INCUBO DI QUELLA SUCCESSIVA



IL SOGNO DI UNA GENERAZIONE SARA' L'INCUBO DI QUELLA SUCCESSIVA

Alle ultime elezioni in Francia, molti sinceri democratici si sono potuti lasciar andare ad una delle loro perversioni più inconfessabili: votare per la destra e contemporaneamente preservare la propria coscienza da incubi etico-morali, un regalo che questo sistema ha voluto fare ai propri aficionados in prossimità della sua dissoluzione. E’ così che il sogno democratico dei nostri padri rivela la sua consistenza, pari a quella della nebbia. Dal suo diradarsi si mostra una realtà ben poco onirica, lontana dalla retorica di chi ha interesse a mantenere in vita quel sogno. Il sistema della crisi permanente del capitale non è più in grado di garantire anche solo la parvenza della democrazia, ma non sembra curarsene più di tanto. Basta vedere il caso italiano, da sempre all’avanguardia nello sperimentare nuove perversioni democratiche, dove da tre legislature stanno governando individui mai eletti, ma imposti dal sistema economico-finanziario per la loro malleabilità. Un tratto di penna di un’agenzia di rating ha causato quello che venti anni di mobilitazioni civili non sono riuscite ad ottenere, cioè mettere fuorigioco Berlusconi. La bagarre elettorale che si scatena prima di ogni consultazione non ha niente di politico, è solo uno scontro tra interessi contrapposti allo scopo di ottenere i posti migliori per legiferare a favore dei loro gruppi d’influenza, dove tutti sono nella stessa misura ricattabili e quindi devono stare al gioco. I vari partiti che si trovano a concorrere per essere eletti (non consideriamo più la distinzione tra destra e sinistra, visto che l’asse del ventaglio elettorale si è spostata ormai decisamente verso destra) sono la solita faccia della stessa medaglia, in competizione tra loro per occuparne una porzione maggiore.

Le nuove generazioni, altamente spoliticizzate e prive di qualsiasi consapevolezza del loro stato di sottoposti, subiscono la natura mafiosa e repressiva del capitale come un’inevitabile fatalità, perché non riescono, almeno per il momento, ad immaginarsi un’alternativa percorribile. Il dissenso, la contestazione, il dubbio, sono segregati in delle bolle insonorizzate che si perdono nel caos delle metropoli, rese innocue dal frastuono della propaganda consumista. Questa impotenza innesca dei meccanismi di difesa psichica che portano gli individui ad arroccarsi intorno alle loro misere proprietà materiali, ad atomizzarsi nelle proprie case alla luce pallida di un monitor, unico sollievo ad una noia che rischia in ogni momento di diventare mortale. Non è per paura che la gente non esce la sera, è perché non saprebbe davvero cosa fare. Nel prossimo futuro la sola cosa democratica sarà la miseria, quindi converrebbe iniziare a pensare a come rapportarsi alla nuova situazione, invece di illudersi e continuare a sperare in una “ripresa”, che non arriverà mai più. Il caso del fallimento delle banche ce lo ha mostrato chiaramente: una porzione sempre maggiore di popolazione sta diventando sacrificabile di fronte alle esigenze del capitale, i “garantiti” sono sempre meno e si apprestano a instaurare una moderna aristocrazia.

Dopo gli ultimi attentati di Parigi, uno dei commenti più comuni e ottusi uscito dalla bocca di ogni idiota che si ergeva a paladino della civiltà occidentale, è stato: - Non cambieremo il nostro stile di vita! E’ proprio questo uno dei problemi: continuare a distruggere il pianeta e sfruttare la maggior parte della popolazione mondiale per mantenere in vita un sistema opulento e disumano, pensando di non dover mai pagare le conseguenze di quelle azioni, è quantomeno poco lungimirante, nonché egoista e razzista. E’ in atto, nell’informazione generalista, una vera e propria educazione al razzismo, che influenza la percezione dell’opinione pubblica nei confronti dello “straniero” e del “diverso”. Vengono enfatizzati oltremodo i crimini (anche se inventati) commessi da immigrati, meglio se clandestini, nel tentativo di far ricadere qualsiasi colpa della nostra miseranda esistenza sul mostro straniero, di volta in volta disegnato come barbaro, incivile, fanatico, misogino. Un giornale come Repubblica si è sentito in dovere di specificare più volte che l’uomo col fucile giocattolo alla stazione Termini di Roma era “un italiano”, dopo che lo stesso giornale, all’inizio di tutta la faccenda, era quasi certo che si trattasse di uno straniero (quindi, implicitamente, terrorista islamico). Tralasciando per un attimo la pessima figura fatta dalle forze dell’ordine in questa vicenda (che comunque nessuno si è permesso di criticare), queste costanti allusioni interessate portano ad episodi di isteria collettiva, come quelli seguiti all’evacuazione della stazione, e più in generale ad un clima di paranoia perenne che influenza i rapporti nel quotidiano. Sentimenti di diffidenza e più o meno aperto disprezzo sono ormai sdoganati nei discorsi pubblici, anche da elementi che si considerano “progressisti” (- Io non sono razzista, ma…, è una delle spie di questa deriva d’intolleranza). Ai governi tutto questo non può che far piacere, gli permette di nascondere la loro incompetenza e malafede dietro le foglie di fico delle emergenze varie, che offrono la sponda per giustificare leggi sempre più repressive, stati d’eccezione che diventano la regola e, nel lungo periodo, gli interventi militari di cui il capitalismo ha un gran bisogno per svuotare i propri arsenali. Un altro sogno che diventa incubo (l’informazione) in quanto rimane inscritto in un sistema i cui rapporti di forza sono determinati da imperativi economici. Quando i sogni, le speranze, le illusioni non trovano uno sbocco pratico che sia reale e allo stesso tempo totalizzante, che riguardi cioè ogni aspetto del vissuto e porti al superamento del sistema nel quale si formano, il capitalismo avrà sempre gioco facile a recuperarli e dargli un valore di scambio che ne annulli l’eventuale potere sovversivo.

venerdì 20 novembre 2015

DENTRO LA STORIA

Quando studiamo la Storia, al di là della prospettiva dalla quale la osserviamo, siamo pervasi da sentimenti comuni e, in una certa misura, condivisi. Spesso è il sollievo determinato dal fatto di non aver partecipato a eventi sanguinosi e tragici; altre volte il rimpianto e la nostalgia di quello che ci siamo persi. Mano a mano che i fatti presi in considerazione diventano più recenti, sale in proporzione anche l’inquietudine, specialmente per situazioni parzialmente irrisolte e problematiche giunte fino al nostro presente. Quando poi il presente in cui viviamo è destinato a diventare Storia, e avvenimenti inediti hanno bisogno di un’interpretazione anch’essa inedita (verso la quale i nostri strumenti critici non riuscirebbero da soli a trovare una definizione soddisfacente) a quel punto siamo costretti ad abbassare la guardia e fare i conti con le nostre più profonde convinzioni. La Storia non mente, a differenza degli storici, e questa sua sincerità ha costretto da sempre le classi dominanti ad affrontare gli eventi inediti mostrando la loro vera faccia, meschina e violenta. Gli attentati di Parigi, il fronte più avanzato in occidente dell’odierna guerra asimmetrica, obbligano i vertici del capitalismo e i suoi tirapiedi ad adottare, in un modo o nell’altro, delle contromisure. E, considerando la posta in gioco, la reazione sarà tanto spietata quanto ottusa e dannosa. I governanti saranno impegnati a tenere a bada l’isteria dell’opinione pubblica, che con la propria inerzia continua a legittimarli, e si spenderanno in proclami bellicosi e conservatori fuori tempo massimo. La finanza e le grandi concentrazioni di capitali avalleranno queste posizioni mettendo a disposizione la loro linea di fuoco mediatica: giornali e televisioni continueranno a professare paura e insicurezza, e ci sarà sempre qualche vomitatoio digitale per sfogare i propri istinti irrazionali. D’altra parte, non c’è niente di meglio di una bella guerra mondiale per risollevare un’economia stagnante e nello stesso tempo arginare il problema della sovrappopolazione.
Una cosa è certa: l’ignoranza è un lusso che non ci possiamo più permettere. Forse era accettabile negli anni ottanta, quando da dentro la gabbia dorata a ovest del muro intravedevamo smaniosi un futuro di merci democraticamente opulente (no, neanche allora era accettabile, anzi non è mai accettabile). Non possiamo ignorare che i fiori all’occhiello del capitalismo italiano vendano armi all’Arabia Saudita, al Kuwait, che a loro volta finanziano i gruppi terroristici esecutori delle stragi di Parigi, così come di Beirut e Ankara. Bisogna ricordarsi che ogni volta che facciamo benzina è come se armassimo il fucile, di orgogliosa fabbricazione occidentale, che un giorno o l’altro potrebbe ucciderci. Non possiamo continuare ad ignorare l’ignobile doppio gioco della Turchia di Erdogan, che sta impunemente massacrando i popoli curdi forte del ricatto di due milioni di profughi siriani da sguinzagliare verso l’Europa. Non si può far finta di niente nei confronti delle rivendicazioni del proletariato cinese, che si sta presentando alla cassa per riscuotere il conto. E, in definitiva, non possiamo continuare ad ignorare oltre la sofferenza della maggior parte della popolazione mondiale, mentre cerchiamo di convincere noi stessi che questo sistema si riprenderà e tutto tornerà come prima. La prospettiva eurocentrica è una lente sfocata che inquadra soltanto ciò che non provoca turbamento, e lascia il lavoro sporco ai mercenari reclutati tra gli indigenti e indottrinati all’ideologia del profitto, di fatto una delle due contendenti se si vuol considerare quella attuale come una “guerra di religioni”.
Quando i rappresentanti dei governi invocano lo stato di emergenza, la chiusura delle frontiere, ulteriori fondi per gli apparati di polizia e difesa, hanno già ben chiaro in mente contro chi verranno usate queste misure: contro i migranti, gli sfrattati, i movimenti di contestazione e in generale contro qualsiasi forma di dissenso si manifesti sul “fronte interno”. Perché gli attacchi terroristici sono un fatto periodico e occasionale, ma le tensioni sociali sono quotidiane. E’ dall’attentato di New York che viene utilizzato questo giochino, e sembra che molti ancora non lo abbiano capito. E’ da quella data che le democrazie liberali si stanno spostando sempre più verso destra, puntando dritte verso lo stato di polizia, che sembra l’unica forma di governo in grado di gestire, reprimendole, le contraddizioni del capitalismo. La madre dei Salvini e dei Le Pen è sempre incinta, e i suoi figli si stanno intruppando per rinverdire quella comoda voglia di fascismo che è sempre stata latente in Europa, quella voglia di ordine che da sempre è aspirazione e completamento della borghesia.
Può essere difficile da accettare, ma al momento la nostra forza sta nella nostra disperazione: non esiste una motivazione altrettanto convincente. Deve essere però una disperazione lucida e creativa, che ha ben chiara la fisionomia dei veri nemici: il nemico è di classe, non di razza. Si dovrà essere in grado di riconoscerlo anche quando si cela dietro vantaggiose offerte monetarie, quando si fa scudo dei buoni propositi mentre fa solo gli interessi del suo gruppo di influenza, quando ci vorrà persuadere a morire per qualcosa di diverso dalla possibilità di godere della nostra vita. Il proletariato ha attraversato momenti molto peggiori di questo: ciò che gli manca adesso, fra le altre cose, è la consapevolezza nei propri mezzi e la certezza dei propri obiettivi. E’ inutile aspettare oltre un dio o un’ideale, soltanto noi saremo in grado di rendere reali i nostri desideri perché noi conosciamo il modo di farlo. Non sarà per niente facile, ma sicuramente ne varrà la pena.


venerdì 28 agosto 2015

FORZE NUOVE NEGLI INGRANAGGI DEL CAPITALISMO

La virile sfilata dei fascisti di Forza Nuova nel centro di Empoli, un mercoledì pomeriggio di agosto, ovviamente scortati (come sempre accade in questi casi) dai loro camerati celerini, non va in alcun modo sottovalutata. In primo luogo per la sua eco mediatica: è stata un'evidente operazione di marketing, una trovata pubblicitaria per far conoscere il loro brand in una città dove possiedono poco appeal, una città una volta considerata comunista, oggi invece annoiata al limite dell'apatia, quindi un succulento boccone per le mire propagandistiche dell'estrema destra. Diciamoci la verità, ai fascisti non importa niente dei senzatetto, italiani o stranieri che siano (infatti gli amici dei loro nonni li bruciavano senza tanti complimenti...). Il loro vero obiettivo a breve termine è ricostruire un consenso acritico intorno a vuote parole d'ordine dal fascino arcano, a ideali che facilmente possono fare presa su menti indebolite dalla paura del futuro e di un presente di crisi del quale non si riescono a capire le dinamiche. Ed ecco che entrano in scena loro, gli spacciatori di colpevoli a buon mercato: la plutocrazia, gli immigrati, gli omosessuali, e chi più ne ha, più confonda. Il fascismo in tutte le sue subdole forme è sempre stato funzionale al capitale, ne ha sempre difeso gli interessi quando questi erano in pericolo, e il capitale ne ha sempre tenuto conto, foraggiandolo e giustificando i suoi crimini come bravate di ragazzini un po' esuberanti.
Un commento a parte merita l'atteggiamento della stampa scandalistica locale: per esempio, "Il Tirreno", con una generosità quantomeno sospetta, ha pubblicato la foto dell'audace combriccola sulla prima pagina dell'edizione cittadina e DUE pagine DUE in cronaca, commentando l'accaduto a metà tra l'indignazione retorica e una certa compiacenza sarcastica per la beffa perpetrata nella città "rossa". Ci rendiamo conto che è stata una manna per le loro tirature in questa immobile estate empolese, ma non possiamo non constatare la distanza di interesse che passa tra una sporadica esibizione fascista e l'azione costante dei movimenti di lotta per la casa, che non raggiungono mai le prime pagine dei giornali, sebbene il loro operato sia più duraturo e incisivo.


COLLETTIVO ANTIKUNST

lunedì 17 agosto 2015

SULLE MENZOGNE CHE GOVERNANO IL PRESENTE
(E SULL’OPPORTUNITA’ DI DISFARSENE UNA VOLTA PER TUTTE)


I – Un debole pensiero

In un’afosa domenica di luglio, la signora S. sedeva fuori vicino alla porta di casa all’ombra di un olmo. Il paese era deserto dopo l’ora di pranzo, da dietro le persiane sbarrate non si sentiva nessun rumore, giusto qualche ronzio, forse un ventilatore acceso, ma poteva benissimo essere qualsiasi cosa. Una lieve brezza, come un asciugacapelli al minimo, smuoveva l’aria calda e portava da lontano le grida indistinte di bambini che giocavano in una piscina. In un momento non molto diverso dagli altri, alla signora S. apparve chiara l’assoluta inutilità della vita e delle azioni che fino ad allora aveva compiuto. Sedette inerme, lo sguardo sbarrato verso l’orrore, e in un battito di ciglia ogni elemento intorno a lei stava deperendo, le case divennero ruderi e gli alberi seccarono; crateri si aprirono nella terra ribollendo di un magma scuro e nel cielo saette radioattive sfolgoravano come tante stelle cadenti. Istintivamente raccolse una piccola falce lì vicino e iniziò ad incidersi la gola. Voleva staccare quella testa che aveva visto la fine del mondo, dal suo corpo che fino ad allora non ne aveva avuto nessun presagio. Ben presto la signora S. recise la giugulare che esplose in fiotti di sangue scarlatto, e cadde dalla sedia lunga sulla strada, ormai cadavere. Un gatto che aveva osservato tutta la scena, si avvicinò alla pozza rossa vicino al corpo della donna e azzardò un paio di leccate; quindi tornò indietro andando a sdraiarsi sotto una panchina, provato dal caldo.
Nello stesso istante, in un’ altra parte del mondo, un ragazzo perse la verginità assieme alla donna che amava dietro le dune di una spiaggia dell’estate. Si abbracciavano rotolando sulla sabbia che rimaneva attaccata al sudore dei loro corpi, inebriati da una felicità senza nome. Quell’orgasmo fu la rivelazione della meraviglia della vita, fiori colorati presero a spuntare tutto intorno, nella bocca si spanse un dolce sapore di vaniglia, e gli sembrò che si sprigionasse dal corpo di lei un intenso profumo di lavanda. Il cuore pompava come uno stantuffo, la mente leggera, un sorriso ebete si stampò sul suo viso; gli parve che i Primal Scream stessero suonando nelle sue orecchie. Tra tutti i pensieri che gli invasero la mente, ci fu anche quello che probabilmente non sarebbe stato mai più così bello, ma non fece presa sul suo stato d’animo e finì nell’oblio della memoria. Un vecchio che stava passeggiando col nipote li vide e li redarguì con male parole. I due fuggirono ridendo dal loro nido d’amore, tentando di coprirsi come meglio potevano.
Le vicende qui descritte sono i due estremi della gamma di sensazioni che è possibile provare nella vita. La rarità con la quale ambedue si manifestano dovrebbe far riflettere. Molte persone, in seguito a ragionamenti differenti, maturano l’idea del suicidio come unica via di fuga da un problema ai loro occhi irrisolvibile; ma sono pochi quelli che danno seguito a questa intuizione. Dall’altro lato, tutti scopano ma solo alcuni si lasciano vincere completamente dal piacere e dall’empatia con il proprio amante. Tutto ciò che ci distrae dai nostri desideri produce un’incertezza costante che subiamo tutti i giorni con rassegnato disincanto. In una società il cui unico scopo dichiarato è l’abbondanza delle merci, i desideri sono un articolo poco spendibile, in quanto la loro produzione non prevede lo sfruttamento di nessuno, risultando quindi scarsamente funzionale al fine accumulativo. Il percorso formativo di ogni individuo è minato alle fondamenta da questa mistificazione pronta ad esplodere in tutta la sua ambiguità. Individuare e squarciare il velo ideologico che, come una cappa di fuliggine, ricopre l’esistenza, appare oggi lo snodo principale per raggiungere la consapevolezza della nostra illusoria condizione di falso benessere.

II – “Non mi uccise la noia, ma la sua persistenza”

Una volta Hemingway disse che bisognerebbe scrivere solo di quello che si conosce, nella maniera più semplice possibile. Perciò sarebbe inutile e scorretto parlare di guerre e carestie, alta finanza  e bioetica. La nostra quotidianità procede su livelli banali e apparentemente senza conflittualità. In provincia, lontano dai grandi luoghi di concentrazione abitativa, si respira un’atmosfera sorniona, quasi oppiacea: gli anni si susseguono senza rimarchevoli cambiamenti, le relazioni appaiono cristallizzate in credenze ancestrali e superstizioni stregonesche (“A me mi garba il mio paese, perché non succede mai nulla”, ebbe a dichiarare un vecchio democristiano poco prima di morire). Ogni tanto un efferato fatto di cronaca scuote dal torpore i suoi abitanti in un impeto reazionario, dettato più dal primitivo bisogno di rimarcare il territorio che da una comunque rudimentale idea di giustizia sommaria, in ogni modo destinato ben presto ad essere sopito dalla routine. Questi episodi isolati sono il culmine negativo di una situazione insostenibile, le azioni di individui disperati che non comprendono altra risposta se non quella della violenza istintiva. I mezzi di informazione se ne servono per i loro biechi scopi di tiratura editoriale, consolidando allo stesso tempo queste suggestioni retrograde. Sebbene servano a mettere a nudo la frustrazione e il fastidio verso un’idea di mondo della quale non si riesce a comprendere le finalità, queste eccezioni rientrano nel generale e apparentemente immutabile clima di noia che ammanta ogni cosa e riempie come poliuretano espanso i pochi spazi lasciati vuoti dagli eccessi della produzione. La noia diventa una presenza tangibile che ti segue per tutto il giorno, in ogni occupazione quotidiana, dettando i tempi della sopravvivenza. La si può trovare in famiglia, a scuola, nei centri commerciali, nei locali notturni del divertimento forzato; il posto di lavoro rimane senza dubbio il suo luogo preferito. Ogni qual volta la meccanicità del nostro agire ci isola dalla nostra volontà, la noia trova la conferma della sua ingerenza nelle nostre vite, quindi di una formale ammissione della sua necessità. Ce ne serviamo per giustificare la velocità compulsiva della modernità, per evitare una discussione che preveda una presa di posizione definitiva, o quando i desideri rischiano di sconvolgere la tranquilla abitudine dello status quo, posticipando la loro realizzazione verso un futuro indefinito che ogni volta si allontana dal presente.

La noia non coincide, come verrebbe da credere, con l’inazione. Al contrario, spesso un eccesso di movimento è sintomo di un’insofferenza verso tutto ciò che ci viene intimato come imprescindibile. Svolgere del lavoro straordinario, partecipare ad eventi mondani, in generale le azioni che usiamo come riempitivo delle nostre giornate tutte uguali, servono a sostituire i reali bisogni dei quali siamo stati espropriati e che non riusciamo più a distinguere. Non li riconosciamo, ci sono diventati estranei, e quando per caso ne individuiamo uno, la parte razionale ce lo fa apparire come un colpo di testa, un’esuberanza della nostra libidine. “Bisogna fare quello che bisogna fare”, non esistono margini di trattativa. Con una condotta scellerata, c’è pericolo di intaccare l’organizzazione sociale dell’apparenza, e con essa la riproduzione della noia.