venerdì 30 settembre 2016

IL SONNO DI UNA REGIONE GENERA RENZI

IL SONNO DI UNA REGIONE GENERA RENZI

Toscana: la regione “rossa” per eccellenza, oppure, a seconda dei gusti, “il buco nero della democrazia”, come la definì qualche anno fa un vecchio protettore di prostitute. Terra solcata da vanghe millenarie che, oltre al sudore, ha dovuto assorbire il sangue dei vigliacchi eccidi nazi-fascisti, dai quali nacque una lotta fiera e orgogliosa, e ben presto tradita. Le case del popolo, le cooperative, le bestemmie come intercalare. Dalla fine della seconda guerra mondiale tutti i rapporti economici e sociali si sono retti su compromessi formali, sia con il capitale che con la chiesa, e di conseguenza con l’organismo che le riuniva, la democrazia cristiana. Le amministrazioni erano guidate a grande maggioranza dal PCI, e distillavano politiche sociali quel tanto che bastava a tenere calma la base ed evitare che si corresse il rischio di realizzare il comunismo. La domenica il marito andava al bar e la moglie ad ascoltare il prete, così che il saldo delle anime fosse almeno in pareggio. Le cose sembravano funzionare e questa situazione si cristallizzò: i bottegai costruivano villette abusive al mare, il “padrone-compagno” elargiva tredicesime agli operai, che in questo modo potevano permettersi l’auto e tutti i comfort del nascente consumismo.
Con la caduta del Muro e le conseguenti periodiche ristrutturazioni del capitalismo, il compromesso iniziò a vacillare, scoperchiando tutte le sue contraddizioni. La sinistra istituzionale, durante tutte le sue involuzioni, è rimasta al timone del potere locale, ma per sopravvivere è stata costretta a continue concessioni nei confronti del nuovo assetto economico: in poche parole, essendo i rapporti di forza favorevoli a quest’ultimo, ha dovuto mascherare le privatizzazioni e i tagli al welfare come frutti della propria anima riformista, puntando sulla narrazione di un “liberismo dal volto umano”. In questo brodo di coltura, con l’opinione pubblica ancora frastornata, incapace di reagire e tendenzialmente sempre più povera, si sono fatte strada nella classe dirigente del nuovo partito mutazioni ibride, soluzioni liquide buone per tutte le stagioni, figure che mantengono i tratti d’onestà e fiducia tipici di una certa idea di sinistra, unito al pragmatismo delle buone intenzioni dal sapore democristiano, il tutto condito dalla giusta dose di paraculaggine ereditata dal miglior berlusconismo. Questo nuovo standard nazional-popolare, integrandosi con la supposta, proverbiale simpatia dei toscani, ha generato oltretutto personaggi funzionali ad una determinata narrazione culturale, che hanno fatto in una certa misura da apripista al successo del format. Ci riferiamo a starlette del calibro di Carlo Conti, Pieraccioni, Panariello, Jovanotti, spacciatori inflazionati di sentimenti plastificati e spensierate risate, ansiolitici ideali a far dimenticare la pauperizzazione delle nostre esistenze.
Ovviamente voteremo NO al prossimo referendum. Ma non per esprimere disaccordo su una legge specifica, salvare la costituzione, o a cosa diavolo serva questo referendum. D’altra parte, anche le destre e losche figure imprenditoriali hanno manifestato la loro intenzione di diniego, inserita nelle dinamiche di lotta per il potere interne alle classi dirigenti, dimensione che non ci riguarda. La Legge è sempre stata funzionale alla gestione e alla conservazione dei privilegi delle classi dominanti, lo abbiamo ben chiaro e non abbiamo la pretesa di cambiarla, ne vogliamo piuttosto la dissoluzione. Il nostro NO trascende l’apporre una semplice crocetta su un foglio: è la risposta ad una domanda che chi ci governa ha una gran paura di porci, è la negazione di tutto un sistema di pensiero basato sullo sfruttamento e la prevaricazione, è l’opposizione totale, radicale, alle azioni che una minoranza ben armata sta imponendo al resto dell’umanità. Se poi questo voto servirà a far cadere un governo, tanto di guadagnato: alimentare il caos, analizzarlo, approfittare delle pieghe che possono essere favorevoli alla nostra classe, quella proletaria, visto che la confusione che regna in essa non ne permette un’organizzazione. Si può avere opinioni differenti su questioni specifiche, ma su una cosa bisognerebbe essere tutti d’accordo: il capitalismo va distrutto, prima che ci distrugga.

COLLETTIVO ANTIKUNST


mercoledì 18 maggio 2016

LA POESIA NELL’ERA DELLA SUA MANIPOLAZIONE MEDIATICA


Cari i miei tempi strani! Dove vediamo settantenni ricordare il rock’n roll della loro giovinezza –
Dove si ristrutturano le piazze in base alle esigenze del momento –
Dove la necessità di sublimare sta diventando l’ultimo modo di capire.
Dove non si dice più “unico” perché considerata una categoria obsoleta.
Dove la speranza si risolve in una vacanza-premio a Singapore –
Dove un articolo come la droga ha ancora/sempre bisogno di pubblicità –
Dove i desideri delle donne e degli uomini trasbordano oltre i versi di una sestina.

La poesia è il battito del cuore del mondo, e non è nato ancora nessuno che la sappia insegnare. C’è stato chi è riuscito a renderla gradevole, al passo coi tempi, piacevole al gusto e all’orgasmo. D’altronde, ci vuole una certa predisposizione al commercio, bisogna pur campare!
Le vedo che ci osservano, le Muse orgogliose, schierate come una giuria civile. Non parlano per il momento, annoiate ed immobili, ma lo sguardo è come una sentenza. C’è chi piange, ma è soltanto perché sta tagliando una cipolla. C’è chi ride, ripensando ad una brutta figura che hai fatto qualche anno fa. Chi si commuove addirittura, presaga della tua triste fine, del proiettile che metterà il punto alla sorte.
Sono deluse, accigliate, qualcuna ha già preparato i bagagli. Se sono rimaste fino ad ora – povere anime! – è solo perché hanno ceduto al ricatto, hanno creduto nel riscatto. Ma ormai hanno già visto quello che avevi da offrire, ed hanno esclamato: -Ah beh, avanti il prossimo!
Chi le può biasimare, creature celesti!, se adesso si dilettano a prendere il sole di una nuova primavera, o percorrono l’ineluttabile del loro destino? Io no di certo, soldato nelle schiere delle loro titubanze, disertore tardivo e per questo complice carnefice. Posso solo sparire in silenzio, lasciando ad altri il trambusto dell’incomprensione.
Scivolare verso sud, seguendo il declivio naturale della terra, agognando un perdono che comunque non meriterei. Se non altro scurirebbe la mia pelle e mi fornirebbe nuove cicatrici delle quali potrei inventare la genesi. Rassoderebbe le membra allontanandomi dalla maggiore oscurità.
Ma senza le mie Muse, chi placherà il freddo? Il vento sbuffa già borioso, ed è appena settembre! Tu mi dici che nuove coperte serviranno allo scopo, ma saranno abbastanza calde? Sapranno dove ripararmi? Ma, in fondo, non è un loro problema.
Però che nostalgia, le mie affascinanti camelie, le ho riviste con gli occhi di una volta, non sono per niente invecchiate. Si muovono ancora leggere, scattanti come tortorelle, e non ci badano nemmeno.
Non le ha per niente sfiorate l’inferno che mi ha consumato in questi anni. Mi sorridono per un attimo, colme di compassione, e poi sotto a pensare a come vivere. C’è da mandare avanti la baracca, agli scarti come noi ci penseranno da ultimo.

La poesia è il rumore della digestione di un malessere interiore. Un perentorio peto scoccato in faccia al negativo. La valvola di sfogo di una costipazione esistenziale. In questi tempi di censura delle emozioni, queste parole, ammucchiate a formare un faro di fronte ad una notte troppo buia, sono una resistenza all’annullamento. Fin quando continueranno ad uscire – e sono certo che non smetteranno mai – la fine si potrà posticipare.
Forti di almeno una certezza, o illusi da un errore madornale, ci affacciamo di nuovo alla superficie, guardinghi e sospettosi. Nessuno sembra notarci, sono tutti troppo occupati nei loro mestieri importanti.
Ci facciamo coraggio e occupiamo gli spazi improduttivi, i monumenti di cattivo gusto, le spiagge irraggiungibili, i castelli troppo grandi. Non vogliamo una proprietà – vogliamo la fine della proprietà.
C’è chi non capisce, o forse capisce fin troppo bene: -Non si può far così, c’è un regolamento, se non lo rispettiamo, sarà il caos!
Bisognerebbe mettersi d’accordo, almeno sulla concezione dell’idea di disordine, cosi saranno più chiari gli schieramenti, una volta per tutte.

La poesia è il linguaggio cifrato che il nemico non riuscirà mai a capire, e questo lo rende nervoso, vulnerabile. E’ riappropriarsi delle parole, per non dover più prenderle in prestito, pagando un interesse troppo alto. E’ il sottinteso che emerge all’improvviso, lasciando di stucco i delatori, e illuminando chi ancora non era convinto.
L’esproprio delle parole da parte della cultura dominante è uno dei più gravi e sottovalutati crimini contro l’umanità, aggravato dal fatto che cerca – e pare con successo – di rivenderle, sterilizzate e ben plastificate, maggiorate dei costi di imballaggio e spedizione. La loro riproduzione vuota ed ossessiva è l’ultima mistificazione della loro funzione originaria.
A chi potrà ormai importare un uso qualitativo delle parole, se adesso conviene di più accumularle ed urlarle per avere ragione? Noi, che riconosciamo le parole come sola moneta per arrivare ai nostri desideri, subiamo questa controffensiva, apparentemente sfrenata. Ci struggiamo nella ricerca di una dimensione inattaccabile, e per questo ci silenziamo per anni.
Partecipiamo controvoglia allo scambio neutro delle chiacchiere di circostanza e intanto, con fragili tasselli, costruiamo il bastione che conterrà l’urto di una nuova ritorsione. Si sa, i rapporti di forza per il momento sono a nostro svantaggio, e il fortilizio può crollare in ogni istante. Ma le radici non potranno essere estirpate, almeno non in questa vita, è la nostra dannazione.

La poesia è anche il rumore dei baci, il fragore dello sfregamento delle pelli avvinghiate.
Mi piacerebbe riuscire a piangere, ma il riscaldamento globale ha prosciugato tutte le mie lacrime. Posso solo restarmene triste in disparte, continuando a sperare che il mio stato d’animo venga scambiato per serietà. Non meritiamo questo supplizio, non ne abbiamo colpa. “… rimpianti tanti; in ogni caso, nessun rimorso …”






lunedì 8 febbraio 2016

IL SOGNO DI UNA GENERAZIONE SARA' L'INCUBO DI QUELLA SUCCESSIVA



IL SOGNO DI UNA GENERAZIONE SARA' L'INCUBO DI QUELLA SUCCESSIVA

Alle ultime elezioni in Francia, molti sinceri democratici si sono potuti lasciar andare ad una delle loro perversioni più inconfessabili: votare per la destra e contemporaneamente preservare la propria coscienza da incubi etico-morali, un regalo che questo sistema ha voluto fare ai propri aficionados in prossimità della sua dissoluzione. E’ così che il sogno democratico dei nostri padri rivela la sua consistenza, pari a quella della nebbia. Dal suo diradarsi si mostra una realtà ben poco onirica, lontana dalla retorica di chi ha interesse a mantenere in vita quel sogno. Il sistema della crisi permanente del capitale non è più in grado di garantire anche solo la parvenza della democrazia, ma non sembra curarsene più di tanto. Basta vedere il caso italiano, da sempre all’avanguardia nello sperimentare nuove perversioni democratiche, dove da tre legislature stanno governando individui mai eletti, ma imposti dal sistema economico-finanziario per la loro malleabilità. Un tratto di penna di un’agenzia di rating ha causato quello che venti anni di mobilitazioni civili non sono riuscite ad ottenere, cioè mettere fuorigioco Berlusconi. La bagarre elettorale che si scatena prima di ogni consultazione non ha niente di politico, è solo uno scontro tra interessi contrapposti allo scopo di ottenere i posti migliori per legiferare a favore dei loro gruppi d’influenza, dove tutti sono nella stessa misura ricattabili e quindi devono stare al gioco. I vari partiti che si trovano a concorrere per essere eletti (non consideriamo più la distinzione tra destra e sinistra, visto che l’asse del ventaglio elettorale si è spostata ormai decisamente verso destra) sono la solita faccia della stessa medaglia, in competizione tra loro per occuparne una porzione maggiore.

Le nuove generazioni, altamente spoliticizzate e prive di qualsiasi consapevolezza del loro stato di sottoposti, subiscono la natura mafiosa e repressiva del capitale come un’inevitabile fatalità, perché non riescono, almeno per il momento, ad immaginarsi un’alternativa percorribile. Il dissenso, la contestazione, il dubbio, sono segregati in delle bolle insonorizzate che si perdono nel caos delle metropoli, rese innocue dal frastuono della propaganda consumista. Questa impotenza innesca dei meccanismi di difesa psichica che portano gli individui ad arroccarsi intorno alle loro misere proprietà materiali, ad atomizzarsi nelle proprie case alla luce pallida di un monitor, unico sollievo ad una noia che rischia in ogni momento di diventare mortale. Non è per paura che la gente non esce la sera, è perché non saprebbe davvero cosa fare. Nel prossimo futuro la sola cosa democratica sarà la miseria, quindi converrebbe iniziare a pensare a come rapportarsi alla nuova situazione, invece di illudersi e continuare a sperare in una “ripresa”, che non arriverà mai più. Il caso del fallimento delle banche ce lo ha mostrato chiaramente: una porzione sempre maggiore di popolazione sta diventando sacrificabile di fronte alle esigenze del capitale, i “garantiti” sono sempre meno e si apprestano a instaurare una moderna aristocrazia.

Dopo gli ultimi attentati di Parigi, uno dei commenti più comuni e ottusi uscito dalla bocca di ogni idiota che si ergeva a paladino della civiltà occidentale, è stato: - Non cambieremo il nostro stile di vita! E’ proprio questo uno dei problemi: continuare a distruggere il pianeta e sfruttare la maggior parte della popolazione mondiale per mantenere in vita un sistema opulento e disumano, pensando di non dover mai pagare le conseguenze di quelle azioni, è quantomeno poco lungimirante, nonché egoista e razzista. E’ in atto, nell’informazione generalista, una vera e propria educazione al razzismo, che influenza la percezione dell’opinione pubblica nei confronti dello “straniero” e del “diverso”. Vengono enfatizzati oltremodo i crimini (anche se inventati) commessi da immigrati, meglio se clandestini, nel tentativo di far ricadere qualsiasi colpa della nostra miseranda esistenza sul mostro straniero, di volta in volta disegnato come barbaro, incivile, fanatico, misogino. Un giornale come Repubblica si è sentito in dovere di specificare più volte che l’uomo col fucile giocattolo alla stazione Termini di Roma era “un italiano”, dopo che lo stesso giornale, all’inizio di tutta la faccenda, era quasi certo che si trattasse di uno straniero (quindi, implicitamente, terrorista islamico). Tralasciando per un attimo la pessima figura fatta dalle forze dell’ordine in questa vicenda (che comunque nessuno si è permesso di criticare), queste costanti allusioni interessate portano ad episodi di isteria collettiva, come quelli seguiti all’evacuazione della stazione, e più in generale ad un clima di paranoia perenne che influenza i rapporti nel quotidiano. Sentimenti di diffidenza e più o meno aperto disprezzo sono ormai sdoganati nei discorsi pubblici, anche da elementi che si considerano “progressisti” (- Io non sono razzista, ma…, è una delle spie di questa deriva d’intolleranza). Ai governi tutto questo non può che far piacere, gli permette di nascondere la loro incompetenza e malafede dietro le foglie di fico delle emergenze varie, che offrono la sponda per giustificare leggi sempre più repressive, stati d’eccezione che diventano la regola e, nel lungo periodo, gli interventi militari di cui il capitalismo ha un gran bisogno per svuotare i propri arsenali. Un altro sogno che diventa incubo (l’informazione) in quanto rimane inscritto in un sistema i cui rapporti di forza sono determinati da imperativi economici. Quando i sogni, le speranze, le illusioni non trovano uno sbocco pratico che sia reale e allo stesso tempo totalizzante, che riguardi cioè ogni aspetto del vissuto e porti al superamento del sistema nel quale si formano, il capitalismo avrà sempre gioco facile a recuperarli e dargli un valore di scambio che ne annulli l’eventuale potere sovversivo.

venerdì 20 novembre 2015

DENTRO LA STORIA

Quando studiamo la Storia, al di là della prospettiva dalla quale la osserviamo, siamo pervasi da sentimenti comuni e, in una certa misura, condivisi. Spesso è il sollievo determinato dal fatto di non aver partecipato a eventi sanguinosi e tragici; altre volte il rimpianto e la nostalgia di quello che ci siamo persi. Mano a mano che i fatti presi in considerazione diventano più recenti, sale in proporzione anche l’inquietudine, specialmente per situazioni parzialmente irrisolte e problematiche giunte fino al nostro presente. Quando poi il presente in cui viviamo è destinato a diventare Storia, e avvenimenti inediti hanno bisogno di un’interpretazione anch’essa inedita (verso la quale i nostri strumenti critici non riuscirebbero da soli a trovare una definizione soddisfacente) a quel punto siamo costretti ad abbassare la guardia e fare i conti con le nostre più profonde convinzioni. La Storia non mente, a differenza degli storici, e questa sua sincerità ha costretto da sempre le classi dominanti ad affrontare gli eventi inediti mostrando la loro vera faccia, meschina e violenta. Gli attentati di Parigi, il fronte più avanzato in occidente dell’odierna guerra asimmetrica, obbligano i vertici del capitalismo e i suoi tirapiedi ad adottare, in un modo o nell’altro, delle contromisure. E, considerando la posta in gioco, la reazione sarà tanto spietata quanto ottusa e dannosa. I governanti saranno impegnati a tenere a bada l’isteria dell’opinione pubblica, che con la propria inerzia continua a legittimarli, e si spenderanno in proclami bellicosi e conservatori fuori tempo massimo. La finanza e le grandi concentrazioni di capitali avalleranno queste posizioni mettendo a disposizione la loro linea di fuoco mediatica: giornali e televisioni continueranno a professare paura e insicurezza, e ci sarà sempre qualche vomitatoio digitale per sfogare i propri istinti irrazionali. D’altra parte, non c’è niente di meglio di una bella guerra mondiale per risollevare un’economia stagnante e nello stesso tempo arginare il problema della sovrappopolazione.
Una cosa è certa: l’ignoranza è un lusso che non ci possiamo più permettere. Forse era accettabile negli anni ottanta, quando da dentro la gabbia dorata a ovest del muro intravedevamo smaniosi un futuro di merci democraticamente opulente (no, neanche allora era accettabile, anzi non è mai accettabile). Non possiamo ignorare che i fiori all’occhiello del capitalismo italiano vendano armi all’Arabia Saudita, al Kuwait, che a loro volta finanziano i gruppi terroristici esecutori delle stragi di Parigi, così come di Beirut e Ankara. Bisogna ricordarsi che ogni volta che facciamo benzina è come se armassimo il fucile, di orgogliosa fabbricazione occidentale, che un giorno o l’altro potrebbe ucciderci. Non possiamo continuare ad ignorare l’ignobile doppio gioco della Turchia di Erdogan, che sta impunemente massacrando i popoli curdi forte del ricatto di due milioni di profughi siriani da sguinzagliare verso l’Europa. Non si può far finta di niente nei confronti delle rivendicazioni del proletariato cinese, che si sta presentando alla cassa per riscuotere il conto. E, in definitiva, non possiamo continuare ad ignorare oltre la sofferenza della maggior parte della popolazione mondiale, mentre cerchiamo di convincere noi stessi che questo sistema si riprenderà e tutto tornerà come prima. La prospettiva eurocentrica è una lente sfocata che inquadra soltanto ciò che non provoca turbamento, e lascia il lavoro sporco ai mercenari reclutati tra gli indigenti e indottrinati all’ideologia del profitto, di fatto una delle due contendenti se si vuol considerare quella attuale come una “guerra di religioni”.
Quando i rappresentanti dei governi invocano lo stato di emergenza, la chiusura delle frontiere, ulteriori fondi per gli apparati di polizia e difesa, hanno già ben chiaro in mente contro chi verranno usate queste misure: contro i migranti, gli sfrattati, i movimenti di contestazione e in generale contro qualsiasi forma di dissenso si manifesti sul “fronte interno”. Perché gli attacchi terroristici sono un fatto periodico e occasionale, ma le tensioni sociali sono quotidiane. E’ dall’attentato di New York che viene utilizzato questo giochino, e sembra che molti ancora non lo abbiano capito. E’ da quella data che le democrazie liberali si stanno spostando sempre più verso destra, puntando dritte verso lo stato di polizia, che sembra l’unica forma di governo in grado di gestire, reprimendole, le contraddizioni del capitalismo. La madre dei Salvini e dei Le Pen è sempre incinta, e i suoi figli si stanno intruppando per rinverdire quella comoda voglia di fascismo che è sempre stata latente in Europa, quella voglia di ordine che da sempre è aspirazione e completamento della borghesia.
Può essere difficile da accettare, ma al momento la nostra forza sta nella nostra disperazione: non esiste una motivazione altrettanto convincente. Deve essere però una disperazione lucida e creativa, che ha ben chiara la fisionomia dei veri nemici: il nemico è di classe, non di razza. Si dovrà essere in grado di riconoscerlo anche quando si cela dietro vantaggiose offerte monetarie, quando si fa scudo dei buoni propositi mentre fa solo gli interessi del suo gruppo di influenza, quando ci vorrà persuadere a morire per qualcosa di diverso dalla possibilità di godere della nostra vita. Il proletariato ha attraversato momenti molto peggiori di questo: ciò che gli manca adesso, fra le altre cose, è la consapevolezza nei propri mezzi e la certezza dei propri obiettivi. E’ inutile aspettare oltre un dio o un’ideale, soltanto noi saremo in grado di rendere reali i nostri desideri perché noi conosciamo il modo di farlo. Non sarà per niente facile, ma sicuramente ne varrà la pena.


venerdì 28 agosto 2015

FORZE NUOVE NEGLI INGRANAGGI DEL CAPITALISMO

La virile sfilata dei fascisti di Forza Nuova nel centro di Empoli, un mercoledì pomeriggio di agosto, ovviamente scortati (come sempre accade in questi casi) dai loro camerati celerini, non va in alcun modo sottovalutata. In primo luogo per la sua eco mediatica: è stata un'evidente operazione di marketing, una trovata pubblicitaria per far conoscere il loro brand in una città dove possiedono poco appeal, una città una volta considerata comunista, oggi invece annoiata al limite dell'apatia, quindi un succulento boccone per le mire propagandistiche dell'estrema destra. Diciamoci la verità, ai fascisti non importa niente dei senzatetto, italiani o stranieri che siano (infatti gli amici dei loro nonni li bruciavano senza tanti complimenti...). Il loro vero obiettivo a breve termine è ricostruire un consenso acritico intorno a vuote parole d'ordine dal fascino arcano, a ideali che facilmente possono fare presa su menti indebolite dalla paura del futuro e di un presente di crisi del quale non si riescono a capire le dinamiche. Ed ecco che entrano in scena loro, gli spacciatori di colpevoli a buon mercato: la plutocrazia, gli immigrati, gli omosessuali, e chi più ne ha, più confonda. Il fascismo in tutte le sue subdole forme è sempre stato funzionale al capitale, ne ha sempre difeso gli interessi quando questi erano in pericolo, e il capitale ne ha sempre tenuto conto, foraggiandolo e giustificando i suoi crimini come bravate di ragazzini un po' esuberanti.
Un commento a parte merita l'atteggiamento della stampa scandalistica locale: per esempio, "Il Tirreno", con una generosità quantomeno sospetta, ha pubblicato la foto dell'audace combriccola sulla prima pagina dell'edizione cittadina e DUE pagine DUE in cronaca, commentando l'accaduto a metà tra l'indignazione retorica e una certa compiacenza sarcastica per la beffa perpetrata nella città "rossa". Ci rendiamo conto che è stata una manna per le loro tirature in questa immobile estate empolese, ma non possiamo non constatare la distanza di interesse che passa tra una sporadica esibizione fascista e l'azione costante dei movimenti di lotta per la casa, che non raggiungono mai le prime pagine dei giornali, sebbene il loro operato sia più duraturo e incisivo.


COLLETTIVO ANTIKUNST

lunedì 17 agosto 2015

SULLE MENZOGNE CHE GOVERNANO IL PRESENTE
(E SULL’OPPORTUNITA’ DI DISFARSENE UNA VOLTA PER TUTTE)


I – Un debole pensiero

In un’afosa domenica di luglio, la signora S. sedeva fuori vicino alla porta di casa all’ombra di un olmo. Il paese era deserto dopo l’ora di pranzo, da dietro le persiane sbarrate non si sentiva nessun rumore, giusto qualche ronzio, forse un ventilatore acceso, ma poteva benissimo essere qualsiasi cosa. Una lieve brezza, come un asciugacapelli al minimo, smuoveva l’aria calda e portava da lontano le grida indistinte di bambini che giocavano in una piscina. In un momento non molto diverso dagli altri, alla signora S. apparve chiara l’assoluta inutilità della vita e delle azioni che fino ad allora aveva compiuto. Sedette inerme, lo sguardo sbarrato verso l’orrore, e in un battito di ciglia ogni elemento intorno a lei stava deperendo, le case divennero ruderi e gli alberi seccarono; crateri si aprirono nella terra ribollendo di un magma scuro e nel cielo saette radioattive sfolgoravano come tante stelle cadenti. Istintivamente raccolse una piccola falce lì vicino e iniziò ad incidersi la gola. Voleva staccare quella testa che aveva visto la fine del mondo, dal suo corpo che fino ad allora non ne aveva avuto nessun presagio. Ben presto la signora S. recise la giugulare che esplose in fiotti di sangue scarlatto, e cadde dalla sedia lunga sulla strada, ormai cadavere. Un gatto che aveva osservato tutta la scena, si avvicinò alla pozza rossa vicino al corpo della donna e azzardò un paio di leccate; quindi tornò indietro andando a sdraiarsi sotto una panchina, provato dal caldo.
Nello stesso istante, in un’ altra parte del mondo, un ragazzo perse la verginità assieme alla donna che amava dietro le dune di una spiaggia dell’estate. Si abbracciavano rotolando sulla sabbia che rimaneva attaccata al sudore dei loro corpi, inebriati da una felicità senza nome. Quell’orgasmo fu la rivelazione della meraviglia della vita, fiori colorati presero a spuntare tutto intorno, nella bocca si spanse un dolce sapore di vaniglia, e gli sembrò che si sprigionasse dal corpo di lei un intenso profumo di lavanda. Il cuore pompava come uno stantuffo, la mente leggera, un sorriso ebete si stampò sul suo viso; gli parve che i Primal Scream stessero suonando nelle sue orecchie. Tra tutti i pensieri che gli invasero la mente, ci fu anche quello che probabilmente non sarebbe stato mai più così bello, ma non fece presa sul suo stato d’animo e finì nell’oblio della memoria. Un vecchio che stava passeggiando col nipote li vide e li redarguì con male parole. I due fuggirono ridendo dal loro nido d’amore, tentando di coprirsi come meglio potevano.
Le vicende qui descritte sono i due estremi della gamma di sensazioni che è possibile provare nella vita. La rarità con la quale ambedue si manifestano dovrebbe far riflettere. Molte persone, in seguito a ragionamenti differenti, maturano l’idea del suicidio come unica via di fuga da un problema ai loro occhi irrisolvibile; ma sono pochi quelli che danno seguito a questa intuizione. Dall’altro lato, tutti scopano ma solo alcuni si lasciano vincere completamente dal piacere e dall’empatia con il proprio amante. Tutto ciò che ci distrae dai nostri desideri produce un’incertezza costante che subiamo tutti i giorni con rassegnato disincanto. In una società il cui unico scopo dichiarato è l’abbondanza delle merci, i desideri sono un articolo poco spendibile, in quanto la loro produzione non prevede lo sfruttamento di nessuno, risultando quindi scarsamente funzionale al fine accumulativo. Il percorso formativo di ogni individuo è minato alle fondamenta da questa mistificazione pronta ad esplodere in tutta la sua ambiguità. Individuare e squarciare il velo ideologico che, come una cappa di fuliggine, ricopre l’esistenza, appare oggi lo snodo principale per raggiungere la consapevolezza della nostra illusoria condizione di falso benessere.

II – “Non mi uccise la noia, ma la sua persistenza”

Una volta Hemingway disse che bisognerebbe scrivere solo di quello che si conosce, nella maniera più semplice possibile. Perciò sarebbe inutile e scorretto parlare di guerre e carestie, alta finanza  e bioetica. La nostra quotidianità procede su livelli banali e apparentemente senza conflittualità. In provincia, lontano dai grandi luoghi di concentrazione abitativa, si respira un’atmosfera sorniona, quasi oppiacea: gli anni si susseguono senza rimarchevoli cambiamenti, le relazioni appaiono cristallizzate in credenze ancestrali e superstizioni stregonesche (“A me mi garba il mio paese, perché non succede mai nulla”, ebbe a dichiarare un vecchio democristiano poco prima di morire). Ogni tanto un efferato fatto di cronaca scuote dal torpore i suoi abitanti in un impeto reazionario, dettato più dal primitivo bisogno di rimarcare il territorio che da una comunque rudimentale idea di giustizia sommaria, in ogni modo destinato ben presto ad essere sopito dalla routine. Questi episodi isolati sono il culmine negativo di una situazione insostenibile, le azioni di individui disperati che non comprendono altra risposta se non quella della violenza istintiva. I mezzi di informazione se ne servono per i loro biechi scopi di tiratura editoriale, consolidando allo stesso tempo queste suggestioni retrograde. Sebbene servano a mettere a nudo la frustrazione e il fastidio verso un’idea di mondo della quale non si riesce a comprendere le finalità, queste eccezioni rientrano nel generale e apparentemente immutabile clima di noia che ammanta ogni cosa e riempie come poliuretano espanso i pochi spazi lasciati vuoti dagli eccessi della produzione. La noia diventa una presenza tangibile che ti segue per tutto il giorno, in ogni occupazione quotidiana, dettando i tempi della sopravvivenza. La si può trovare in famiglia, a scuola, nei centri commerciali, nei locali notturni del divertimento forzato; il posto di lavoro rimane senza dubbio il suo luogo preferito. Ogni qual volta la meccanicità del nostro agire ci isola dalla nostra volontà, la noia trova la conferma della sua ingerenza nelle nostre vite, quindi di una formale ammissione della sua necessità. Ce ne serviamo per giustificare la velocità compulsiva della modernità, per evitare una discussione che preveda una presa di posizione definitiva, o quando i desideri rischiano di sconvolgere la tranquilla abitudine dello status quo, posticipando la loro realizzazione verso un futuro indefinito che ogni volta si allontana dal presente.

La noia non coincide, come verrebbe da credere, con l’inazione. Al contrario, spesso un eccesso di movimento è sintomo di un’insofferenza verso tutto ciò che ci viene intimato come imprescindibile. Svolgere del lavoro straordinario, partecipare ad eventi mondani, in generale le azioni che usiamo come riempitivo delle nostre giornate tutte uguali, servono a sostituire i reali bisogni dei quali siamo stati espropriati e che non riusciamo più a distinguere. Non li riconosciamo, ci sono diventati estranei, e quando per caso ne individuiamo uno, la parte razionale ce lo fa apparire come un colpo di testa, un’esuberanza della nostra libidine. “Bisogna fare quello che bisogna fare”, non esistono margini di trattativa. Con una condotta scellerata, c’è pericolo di intaccare l’organizzazione sociale dell’apparenza, e con essa la riproduzione della noia.

martedì 9 dicembre 2014


C’E’ STATO UN’ALTRA VOLTA…



C’è stato un’altra volta, in Italia, un cortocircuito dei cervelli. Del resto era prevedibile, già il paese in passato era stato affetto da questa patologia, e la malattia è stata latente per tutto il novecento. Si manifestò abbastanza velocemente, così che nessuno ebbe il tempo di rendersene veramente conto. Si insinuò in maniera subdola, dapprima come paura indefinita trasmessa incessantemente da tutti i mezzi tecnologici d’informazione, poi come odio concreto verso l’oggetto che provocava questa paura. Si propagavano voci incontrollate di zingari che rubavano i bambini e poi li uccidevano, risse tra immigrati ubriachi, spaccio, furti, stupri, il tutto compiuto da stranieri irriconoscenti; vere o false che fossero, non aveva molta importanza.
La poca voglia di riflettere partorì l’idea della pena di morte, ma siccome in periodo di crisi non ci si poteva permette inutili sprechi di denaro, si optò per una soluzione massiva del problema: campi di concentramento privati finanziati dal solerte Stato (che quando si parla di repressione è sempre ben felice di investire i soldi che sottrae all’istruzione e alla sanità); camere a gas e forni crematori come ai vecchi tempi. Lo Stato, a sua parziale discolpa, sostenne che almeno così si davano diversi posti di lavoro e ciò non avrebbe che giovato all’economia. Si decise di recuperare i siti già esistenti, come la risiera di San Sabba, Renicci d’Anghiari, Ventotene; più tardi ne vennero costruiti in luoghi sensibili, come Lampedusa e la Val di Susa (la cui edificazione fu inserita in un decreto legge contro il femminicidio).
Così la macchina della soluzione finale si mise in moto con molta discrezione: i primi furono ovviamente gli zingari, poi i carcerati e gli immigrati che non trovavano posto nel mercato della schiavitù; poi, per una questione di coerenza, tutti gli altri. Fin da subito la gente si sentì più sicura, ma non più tranquilla: vagava per i luoghi del divertimento forzato con un sorriso teso e la mascella serrata; nelle poche ore durante le quali riusciva a dormire, il sonno era costellato di incubi. Finito il target dei condannati, la situazione generale non era per niente migliorata: chi era povero, anche se era italiano, rimase povero e iniziò a prendere il posto di chi era stato sterminato. In più il personale dei campi entrò in sciopero contro tagli e cassa integrazione: si dipinsero come pericolosi sovversivi e divennero i successivi ospiti del loro passato posto di lavoro, insieme a tutti gli altri che nel paese muovevano simili rivendicazioni. I pochi superstiti iniziarono allora a vivere nel terrore, chi emigrava verso l’Africa con i vecchi barconi, non ricevendo una bella accoglienza, chi si suicidò, chi si costituì spontaneamente nei campi. Rimase solo chi comandava in Italia, senza più nessuno da comandare, e non sapevano cosa fare. Si massacrarono l’un l’altro in un reciproco scambio d’accuse, una resa dei conti finale nel piazzale di una zona industriale vicino Milano.