lunedì 10 marzo 2014
martedì 24 dicembre 2013
Sfortunatamente non abbiamo avuto
l’occasione di vedere all’opera il cosiddetto movimento dei forconi, perché
nell’empolese la proposta dell’appuntamento del 9 dicembre non è stata recepita
a causa, pensiamo noi, di una dipendenza ancora molto marcata verso un’idea
“novecentesca” della sinistra e della sua onnipresenza nelle istituzioni
locali. Però, leggendo i resoconti di quelle mobilitazioni sui siti di
movimento, ci siamo resi conto che i tratti distintivi dei protagonisti delle
proteste sono riscontrabili nella nostra quotidianità di lavoratori precari e
osservatori curiosi delle dinamiche umane. In certi casi, visitare la tavola
calda di una zona industriale durante la pausa pranzo è più istruttivo che
seguire una lezione di sociologia alla Sorbonne. Si colgono delle rivelazioni
che nessun discorso politico o proposta teorica sono in grado di postulare:
saper spiegare perché, nonostante la diffusa concezione di crisi e
disoccupazione, gli operai rimasti al lavoro sono costretti a ore di
straordinari e sabati obbligatori; perché i figli della classe operaia (che ha
ottenuto, e otterrà ancora per qualche anno, la pensione) devono accettare
tirocini a 40 ore, pagati dalla regione, sapendo già in partenza di non venir
assunti alla scadenza, e di venir mantenuti dalla famiglia, lo stato sociale
del terzo millennio; perché, dopo averci assicurato per anni di far parte di un
economia globale e strettamente interconnessa, adesso ci sono stati che se la
passano bene e altri, oltretutto confinanti fra di loro, che se la passano
peggio.
Il becero nazionalismo ostentato in gran
parte delle presenze in piazza, oltre a creare una discutibile impressione
cromatica, è un emblema di una sconfitta annunciata: storicamente, la bandiera
italiana è stata usata come strumento di sottomissione o, al massimo, come
accessorio da stadio (la vittoria della coppa del mondo nel 2006 è stata un
pericoloso incentivo alla riscoperta delle pezzole tricolori); all’adozione di
questo simbolo è legato, magari solo inconsciamente, il desiderio di tornare al
passato, quando la classe media garantita si poteva permettere le ferie e
l’ultimo status simbol automobilistico. E’ la sola speranza che gli è rimasta e
la sola prospettiva che riescono ad immaginarsi.
In generale, queste mobilitazioni
possono dirsi fallite, così come è fallito il tentativo delle varie lobby del
neo-fascismo di speculare sull’ignoranza e la disperazione. Ciò non toglie che
il “furore della rivolta” sta continuando a covare nei bassifondi delle città e
nelle province annoiate, nei luoghi del lavoro senza determinazione e nei
locali del divertimento forzato come nei campi di concentramento dei migranti;
nuove forme di resistenza al potere contro la mafia legalizzata e la
repressione poliziesca. Non ci resta che intercettare questi stimoli in
previsione di nuove sollevazioni popolari, per non rischiare di rimanere
vittime di un’inazione disorganizzata e insoddisfacente.
martedì 17 dicembre 2013
domenica 15 dicembre 2013
ANTOLOGIA
DEL PENSIERO INUTILITARISTA
“Solo
un bacio ci tapperà la bocca”: questo abbiamo scritto sui muri
della nostra città. Una dichiarazione d’intenti nella quale
rivendichiamo l’obbedienza ad un unico padrone: il nostro
desiderio. Un padrone gentile, discreto, al quale non serve nessun
esercito poliziesco per farsi rispettare, non ha bisogno di alcuna
disciplina ortodossa o cieca devozione per amplificare il suo ego. La
sua forza costruttiva risiede nell’animo di ogni essere umano, si
dispiega naturalmente ogni giorno, in ogni vita vissuta cercandone la
bellezza, quella fragranza succulenta che si profonde ogniqualvolta
compiamo un’azione disinteressata e priva di qualsivoglia utilità
economica. Ed è questo il nostro obiettivo, costruire un’epica
della nuova Resistenza contro la dittatura dell’utile, ristabilire
la centralità delle nostre vite e dei nostri bisogni animali,
combattendo costantemente qualsiasi ingerenza utilitaristica che
logora il nostro corpo e la nostra mente. Per farlo, abbiamo scelto
di esplorare ogni frammento della quotidianità alla spasmodica
ricerca della poesia urbana della rivolta e darle una nuova armonia
che la faccia risaltare e splendere di luce propria nel mezzo del
caos meccanico e multimediale delle nostre città. Abbiamo annotato
scrupolosamente ogni scritta sui muri dell’immenso tazebao
fornitoci dalla speculazione edilizia, tutte quelle voci-spray che
testimoniano come la propaganda spettacolare è tutt’altro che
onnisciente e contiene delle falle che l’ironia e il paradosso
renderanno sempre più evidenti. Frasi come “i vostri etilometri
non fermeranno la nostra sete”, “il degrado mi aggrada”, “basta
fatti, vogliamo promesse”, che, come opere d’arte, fanno bella
mostra di sé agli angoli delle strade, sono il segno tangibile di
un’insofferenza alle regole di questa falsa democrazia, e sono la
riprova più audace che il monito “muri puliti, popoli muti” non
verrà mai disatteso, e che gli imbianchini crumiri del comune
avranno sempre il loro sporco lavoro da compiere. Abbiamo archiviato
con maniacalità quasi filatelica ogni volantino, fanzine,
cartellone, flyer, che documentasse il lavoro di controinformazione e
attività ludica popolare dei movimenti antagonisti e non solo,
perché saranno i ricordi più belli che ci porteremo dietro nella
nostra esistenza, e che serviranno nei momenti di sconforto per
ricordarci che non siamo mai stati soli, che la nostra lotta è
orgogliosa e non si vergogna di mostrarlo. Abbiamo riscoperto e
imparato a memoria le vecchie canzoni popolari anarchiche, rivoltose
melodie che riecheggiavano durante gli scioperi e ai cortei, ai tempi
in cui la rivoluzione poteva sembrare imminente. Sono mosse da una
commovente sincerità, e cantarle infonde un senso di fiducia e di
unità d’intenti: come disse un compagno livornese “Sono come le
canzoni di Elvis, non passano mai di moda”. Tutte queste sono le
espressioni più geniali e scaltre, le manifestazioni attuali della
millenaria ricerca dell’umanità di affrancarsi dal dominio del
potere, lo sguardo più puro di chi si muove, suda, lotta, ama,
soffre e poi muore senza nessun rimpianto: forse non vedremo mai il
sol dell’avvenire, ma ce ne siamo fatti una concezione magnifica,
un’immagine che dirige le nostre mosse verso la sua realizzazione.
Per
questo ci siamo sentiti autorizzati a contribuire verso la ricerca di
questa strada, esponendo quelle che secondo noi sono le coordinate
per raggiungerla. Fu in occasione della costruzione di un centro
commerciale a Empoli, che scrivemmo il nostro primo volantino. La
portata di questi eventi non viene mai compresa appieno da chi vive
sul territorio per vari motivi, tra i quali l’eccesiva invadenza
della propaganda pubblicitaria su menti che non si possono permettere
il lusso di oziare perché strette nella morsa del ricatto salariale,
e per il fatto che, prima di aprire, i danni che i centri commerciali
provocheranno possono essere soltanto previsioni e non fatti
tangibili, quindi potenzialmente inattaccabili in una visione della
storia basata sulla menzognera promessa di un futuro benessere per
tutti i suoi componenti. Era il 2007 e i danni si sono cominciati a
vedere da subito, insieme alla riprova che il potere non impara mai
dai suoi sbagli perché raramente ne paga le conseguenze. Ci
prendemmo gusto e poco dopo ci occupammo della cacciata del papa
tedesco dall’università di Roma come spunto per una critica
all’ideologia religiosa, argomento questo che ha sempre suscitato
il nostro disgusto. Alla luce dei fatti odierni, con l’allontanamento
di Ratzinger perché non abbastanza telegenico, licenziato come una
qualsiasi soubrette che ha messo su qualche chilo, siamo più che mai
convinti che la chiesa cattolica sia solo uno dei tanti brand del
libero mercato, che ha dalla sua rispetto agli altri una tradizione
oscurantista invidiata da tutte le dirigenze capitaliste.
Intanto
il decennio volgeva al termine tra un anniversario e l’altro, senza
che nessuno se ne accorgesse: gli apologeti della “fine della
storia” si convinsero troppo presto di essere riusciti a sterminare
il dissenso, mentre l’ennesima crisi del capitalismo si sviluppava
nel loro ventre molle. I ceppi della nuova resistenza erano
continuati ad ardere sotto le macerie causate dalle guerre
umanitarie, dapprima tiepidamente, poi con sempre più forza,
delineandosi in maniera così inedita da sconfessare ogni storiografo
privo di fantasia. Che si mettessero l’animo in pace: la storia
sarebbe continuata, così come continua da migliaia di anni, e non
saranno certo i maldestri e incompleti strumenti spettacolari ad
estinguerla. La rivolta si ricrea, si rigenera come una macchia di
umido sulle pareti di una galera dell’esistenza, la rivolta è per
forza di cose improvvisazione perché i suoi nemici cercano sempre
nuovi stratagemmi per contenerla. Ed è quando essa riesce a prendere
in contropiede la reazione del potere, che allora ha delle
possibilità di successo. A partire da un linguaggio che non venga
riportato impunemente sui media tradizionali per favorirne l’accumulo
di parole, perché privo della possibilità di essere riprodotto dai
dispositivi spettacolari, ma che venga al contrario usato come uno
strumento pratico nella realtà materiale. Un linguaggio che torni a
suscitare la fiducia nelle azioni, che abbia di nuovo un significato,
una nuova poetica dell’esistente. Ci è stato rinfacciato molte
volte il fatto che la nostra scrittura sia complicata e
indecifrabile: non pensiamo sia esatto. Premettendo che, tra otto e
novecento, operai semi-analfabeti leggevano, tra gli altri, Marx e
Bakunin, Malatesta e Gramsci, portando ad una dimensione pratica le
loro teorie, pensiamo sia quantomeno inopportuno sembrare orgogliosi
della propria ignoranza, facendo leva su una supposta appartenenza al
“popolo basso”, come se il “popolo basso” non fosse in grado
di essere intelligente, curioso e critico. Nessun linguaggio che si
occupa sinceramente dell’emancipazione degli individui dalla loro
schiavitù, potrà mai risultare tanto complicato da non essere
capito da chi ha a cuore la propria libertà; oppure venir
derubricato a utopia. La nostra personale ricerca di un linguaggio
primevo ci costringe a negare i facili meccanismi spettacolari,
perché si correrebbe il rischio di una sterilizzazione delle idee e
alla loro conseguente svalutazione. La nostra lettura può richiedere
forse uno sforzo, ma è uno sforzo costruttivo che cerchiamo in tutti
i modi di rendere piacevole e divertente. Non si può scaricare un
discorso bollandolo come incomprensibile, quando nello stesso tempo
si delega la contestazione ai network sociali, riempiendoli di
retorici slogan semplicisti. La condizione di ignoranza delle masse è
sempre stato uno dei requisiti dell’affermazione del capitalismo, e
la sua promozione rimane una delle controffensive preferite dalle sue
gerarchie. Lo smantellamento della scuola pubblica dopo averla
riconosciuta con riluttanza, l’analfabetizzazione di ritorno, il
sempre più invasivo controllo cibernetico sulle menti dei
cittadini-consumatori, sono tutti aspetti della controrivoluzione che
cerca di nascondere la sua esistenza dietro la maschera della
pacificazione sociale.
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