E' ormai un'evidenza: il cosidetto "lockdown", così come è stato pensato ed agito dal governo di questo paese, è stato un fallimento. Dopo un mese dall'inizio di questa misura, possiamo affermarlo senza timore di smentita. Il fantomatico "picco" dei decessi non è arrivato, ed è ormai quasi sparito dalla narrazione mainstream così ansiosa di far ripartire "l'economia". Più verosimilmente assisteremo ad un calo progressivo che forse coinciderà con l'approssimarsi del clima mite e l'arrivo dell'estate. Il prossimo autunno, se rimarrà questo l'andazzo e i governanti persevereranno nella loro ottusità, saremo punto e a capo, visto che il vaccino è ancora di là da venire.
In primo luogo, l'aspetto più palese del fallimento si è manifestato dal punto di vista sanitario, il settore più direttamente coinvolto nell'emergenza: misure approssimative e scollegate, con il personale ospedaliero abbandonato a sè stesso e sprovvisto della necessaria e basilare strumentazione per affrontare e arginare questa inedita epidemia. Se accettassimo (e, ovviamente, non accettiamo) la metafora guerresca propugnata dalla propaganda istituzionale, questa débacle sanitaria si potrebbe paragonare alla Campagna di Russia e alle scarpe di cartone di mussoliniana memoria. Non di meno è il risultato di decenni di tagli allo stato sociale, di privatizzazioni in mano al liberismo più avido e avventato, di un professionismo rivestito di broccato e gioielli che con il loro illusorio luccichio promettevano un futuro di inesauribile miglioramento materiale. (Prima o poi questi patiti del benessere andranno trattati alla stregua dei tossicodipendenti, riconoscendoli ed evitandogli di prendere decisioni durante le loro crisi allucinatorie e di astinenza).
Era chiaro fin dall'inizio quale sarebbero state le prerogative, quando il governo dichiarò lo stato di emergenza. Non ne hanno mai fatto mistero: la produzione doveva andare avanti, avevano previsto qualche effetto collaterale, qualcos'altro doveva essere sacrificato (ed è per queste occasioni che mantengono sempre qualcosa di sacrificabile, anche nei periodi di bonaccia), ma le grandi aziende, gli amici degli amici, quelli che "mandano avanti il paese" (cioè coloro che sono riusciti ad inserire degli influencer tra chi ha il potere di decidere) dovevano rimanere aperte, ad ogni costo - e per favore, lasciamo perdere la pelosa distinzione essenziali-non essenziali, loro non decidono in base a questi obsoleti manicheismi.
La reazione esclusivamente emotiva che è scaturita tra la popolazione al diffondersi del virus non ha fatto altro che rafforzare quelle prerogative e dissipato le residue remore degli imprenditori più pavidi. Il sacrificio delle classi subalterne è sfumato in secondo piano, è diventato scontato, c'era da difendere l'onore di una nazione, la sua prosecuzione biologica ed economica.
In poche parole, la classe dirigente, privilegiata, l'élite neoliberista, l'aristocrazia delle rendite, i padroni, insomma, le varie categorie che raccolgono i frutti inquinati del capitalismo maturo, hanno fatto la loro mossa scontata: chi è dentro ormai è in ballo, è sacrificabile, non può sfuggire. Lo chiameremo "eroe", decanteremo da tutti i balconi della patria le sue gesta, ricorderemo il suo martirio con viva commozione ogni anno istituendo un giorno alla sua memoria.
Gli altri tutti in casa, chiusi a consumare quello che è ancora consumabile, ad abituarsi a socializzare solo tramite apparecchi elettronici, ad abituarsi ad avere paura, ad obbedire ad ogni altra chiamata all'emergenza. I governanti devono coltivare l'obbedienza nelle classi subalterne, esse saranno la carne da cannone dei prossimi lockdown.
Questa quarantena è un pessimo precedente. Ha dimostrato ai governanti la misura illimitata del loro ascendente sui governati. Ha accelerato in una folle fuga in avanti le loro possibilità di controllo sui sottoposti. Ha rafforzato ulteriormente il loro potere già in precedenza assodato.
E' un pessimo precedente soprattutto per le classi subalterne. La loro mancata reazione all'arbitrarietà delle decisioni repressive, l'incapacità di instaurare un'alternativa autonoma alle costrizioni delle istituzioni, sono carenze che si faranno sentire pure nel breve periodo.
Nessuno mette in dubbio il fatto che fosse necessario fermare la diffusione del virus (a mente fredda poi sarà utile discutere su come il virus sia nato e in che brodo di coltura si sia sviluppato, cioè nella società neoliberista opulenta e inquinata), solo che delegare le decisioni sulla nostra salute a dei governi che hanno fatto tutto il possibile per limitare il nostro accesso ad essa, sembra un'idea come minimo deleteria.
Al di là della dimensione politica della faccenda, sicuramente preponderante e che influenza tutto il resto, esiste anche una "sovrastruttura" psichica, cioè in che modo gli individui si rapportano a questa epidemia, e dell'immaginario collettivo che ne viene fuori. L'agire delle persone in questi giorni (pensiamo specificamente a persone che si considerano perlomeno orientate a "sinistra" e che non stanno battendo ciglio di fronte al dilagare della delazione e ad una sospensione dei diritti civili che avrebbe fatto invidia a JunioValerio Borghese) - l'agire delle persone sembra condizionato eccessivamente dalla paura di morire, o meglio, dal fatto che la nostra epoca abbia uno sporadico rapporto con la morte, sicuramente un privilegio dei nostri tempi (e dei nostri luoghi, perchè in altre parti del mondo il rapporto rimane frequente anche oggigiorno). Ovvio che la paura di morire sia innata nell'essere umano in quanto essere cosciente, ma a questo si aggiunge il fatto che ci siamo disabituati alle elaborazioni dei lutti. Non siamo pronti a morire (nonostante le teste d'uovo che lo cantano dai balconi), stimiamo troppo importante la nostra vita in confronto a tutto il resto, che alla fine accettiamo di tutto pur di non morire (basta che sembri efficace); reputiamo "non conveniente" mettere in gioco le nostre vite per un loro miglioramento qualitativo; ci attacchiamo con le unghie a questo simulacro di vita ogni volta che qualcosa di esterno la minaccia.
Questo potrebbe spiegare in parte anche le difficoltà di radicalizzazione che sta vivendo il movimento di contestazione in Italia negli ultimi vent'anni: c'è un grande rimosso che non è mai stato veramente elaborato, la morte di Carlo Giuliani e le violenze di Genova 2001, che seguiva altri grandi rimossi, la lotta armata e gli anni settanta, giù fino alle vendette del dopoguerra. Si potrebbero inquadrare queste difficoltà come disturbi da stress post-traumatico. Ma questi sono altri discorsi.
Perciò, bruciamo fin da subito le illusioni: no, non ci sarà una sollevazione popolare; no, il capitalismo non crollerà. Nonostante tutti promettano di ricordare i torti e i soprusi venuti fuori durante questa quarantena, quando finirà molti saranno travolti da problemi economici e psicologici e avranno altri cazzi per la testa. Sarà invece utile conservare, organizzare ed accrescere quelle situazioni di solidarietà dal basso che si sono create un po' dappertutto, e aprire una discussione seria su come sviluppare autonomia nei periodi di emergenza, per non farsi cogliere impreparati come questa volta. E' vero, non è la controffensiva in grande stile che tutti vorremmo, ma al momento i rapporti di forza sono questi, e l'unica maniera che abbiamo per incidere sul reale rimane il lento lavorio quotidiano nell'intessere relazioni paritarie, rimanendo lucidi e critici. Non sarà una passeggiata.
venerdì 3 aprile 2020
giovedì 22 febbraio 2018
lunedì 22 gennaio 2018
L'IMBARAZZO DELLA SCELTA
Sgombriamo subito il campo da possibili fraintendimenti: il 4 marzo noi non voteremo alle elezioni politiche, non l'abbiamo mai fatto e non inizieremo certo questa volta, adesso che il teatrino elettorale si sta facendo sempre più squallido. Allo stesso tempo non abbiamo intenzione di convincere nessuno: ormai ci sembra che andare a votare o non andare abbia la stessa valenza, cioè nulla. Per quanto ci riguarda, vogliamo almeno risparmiarci l'imbarazzo di una scelta tra proposte più o meno intercambiabili, al di là della loro minore o maggiore esuberanza e pretesa di novità.
Come di consueto, da qualche anno a questa parte, l'astensione sarà l'opzione preferita da una significativa parte di potenziale elettorato. Per il resto, il sostanziale stallo percentuale tra i tre maggiori contendenti porterà probabilmente alla formazione di un altro governo che non sarà l'espressione del risultato delle urne, ma verrà imposto per motivi di "stabilità" (qualsiasi cosa voglia dire); nei fatti un governo che garantisca la continuazione delle politiche di tagli al welfare e che lasci la libertà di azione al capitalismo finanziario di "privatizzare i profitti" e "socializzare le perdite", con il consueto corollario di repressione del dissenso sotto qualsiasi forma, grazie ai loro "nei secoli fedeli" servi in divisa.
Questa triste campagna elettorale è il riflesso del livello culturale di questo paese, amplificato in negativo da quei social network che, stando ad una vecchia novella a cui tutti per un po' abbiamo creduto, avrebbero invece dovuto elevarlo. Gran parte del dibattito si sta concentrando sui temi della sicurezza e del decoro, perchè elementari da spiegare e percepiti come cose "giuste" (quale persona sana di mente si dichiarerebbe contrario a questi due universali e sacrosanti "diritti"?), ma più che altro perchè è facile architettare una narrazione che riesca ad individuare qualcuno che li stia minacciando e di conseguenza compattare agevolmente un fronte unito contro un nemico comune. E' più semplice fare propaganda contro qualcosa, che proporre un'idea costruttiva. I capri espiatori, poi, sono perfetti, spauracchi atavici e all'occorrenza metafisici senza nessuna rappresentanza politica o interessi economici: i migranti, dei quali non importa niente a nessuno, politicamente parlando e, in generale, i poveri, vaga classe sociale alla quale la maggior parte delle persone si rifiuta di fare parte, anche se nei fatti ci sono dentro fino al collo.
L'altra carta in mano ai candidati, ristretta però all'uso del sedicente centro-sinistra e a strati del M5S, è la discriminante antifascista: "Votate per noi, o consegnerete il paese nelle mani del Male", arma a doppio taglio e sempre usata maldestramente da chi l'ha evocata in passato. Non esiste attualmente un'emergenza fascismo più grave di quanto lo sia sempre stata. Da quando è nato, il fascismo è sempre tornato comodo al potere: all'inizio, negli anni '20, per reprimere le lotte operaie del Biennio Rosso; negli anni '70 è stato funzionale alla strategia della tensione e per affossare le conquiste delle Autonomie; oggi serve a fomentare le guerre tra poveri e tenere diviso il proletariato. Il fascismo ha sempre solleticato gli istinti pelosi della parte repressa di questo paese, ed invocarlo è sempre molto pericoloso: prova ne è, per restare nella nostra zona in tempi recenti, l'odioso episodio che ha visto vittima la sindaca di Empoli, destinataria di una xenofoba e sgrammaticata lettera minatoria (senza per questo dimenticare gli sdoganamenti di cui sono stati artefici in questi anni molti esponenti del suo partito).
Ciò non toglie che i fascisti ci sono ancora e stanno rialzando la cresta, aiutati in questo dal mainstream che sta facendo di tutto per legittimarli politicamente. Ma abbiamo ormai un'esperienza secolare di pratiche per combatterli, non è necessario votare Pd o Cinque Stelle (a questo proposito leggetevi il fumetto di Zerocalcare "Non è una partita a bocce"): per esempio, quando invocano la libertà di parola per vomitare la loro schifosa propaganda, bisogna rendersi conto che loro non hanno nulla da spartire con nessun tipo di libertà, anzi ne sono la negazione, quindi contrastarli in qualsiasi modo è legittimo da parte nostra, anzi è un dovere, e tranquilli, non stiamo contravvenendo a nessun precetto morale o comandamento etico, chi vi dice il contrario è in malafede.
La Resistenza non è finita il 25 aprile 1945: la Resistenza continuerà fino a quando esisteranno i fascisti.
Sgombriamo subito il campo da possibili fraintendimenti: il 4 marzo noi non voteremo alle elezioni politiche, non l'abbiamo mai fatto e non inizieremo certo questa volta, adesso che il teatrino elettorale si sta facendo sempre più squallido. Allo stesso tempo non abbiamo intenzione di convincere nessuno: ormai ci sembra che andare a votare o non andare abbia la stessa valenza, cioè nulla. Per quanto ci riguarda, vogliamo almeno risparmiarci l'imbarazzo di una scelta tra proposte più o meno intercambiabili, al di là della loro minore o maggiore esuberanza e pretesa di novità.
Come di consueto, da qualche anno a questa parte, l'astensione sarà l'opzione preferita da una significativa parte di potenziale elettorato. Per il resto, il sostanziale stallo percentuale tra i tre maggiori contendenti porterà probabilmente alla formazione di un altro governo che non sarà l'espressione del risultato delle urne, ma verrà imposto per motivi di "stabilità" (qualsiasi cosa voglia dire); nei fatti un governo che garantisca la continuazione delle politiche di tagli al welfare e che lasci la libertà di azione al capitalismo finanziario di "privatizzare i profitti" e "socializzare le perdite", con il consueto corollario di repressione del dissenso sotto qualsiasi forma, grazie ai loro "nei secoli fedeli" servi in divisa.
Questa triste campagna elettorale è il riflesso del livello culturale di questo paese, amplificato in negativo da quei social network che, stando ad una vecchia novella a cui tutti per un po' abbiamo creduto, avrebbero invece dovuto elevarlo. Gran parte del dibattito si sta concentrando sui temi della sicurezza e del decoro, perchè elementari da spiegare e percepiti come cose "giuste" (quale persona sana di mente si dichiarerebbe contrario a questi due universali e sacrosanti "diritti"?), ma più che altro perchè è facile architettare una narrazione che riesca ad individuare qualcuno che li stia minacciando e di conseguenza compattare agevolmente un fronte unito contro un nemico comune. E' più semplice fare propaganda contro qualcosa, che proporre un'idea costruttiva. I capri espiatori, poi, sono perfetti, spauracchi atavici e all'occorrenza metafisici senza nessuna rappresentanza politica o interessi economici: i migranti, dei quali non importa niente a nessuno, politicamente parlando e, in generale, i poveri, vaga classe sociale alla quale la maggior parte delle persone si rifiuta di fare parte, anche se nei fatti ci sono dentro fino al collo.
L'altra carta in mano ai candidati, ristretta però all'uso del sedicente centro-sinistra e a strati del M5S, è la discriminante antifascista: "Votate per noi, o consegnerete il paese nelle mani del Male", arma a doppio taglio e sempre usata maldestramente da chi l'ha evocata in passato. Non esiste attualmente un'emergenza fascismo più grave di quanto lo sia sempre stata. Da quando è nato, il fascismo è sempre tornato comodo al potere: all'inizio, negli anni '20, per reprimere le lotte operaie del Biennio Rosso; negli anni '70 è stato funzionale alla strategia della tensione e per affossare le conquiste delle Autonomie; oggi serve a fomentare le guerre tra poveri e tenere diviso il proletariato. Il fascismo ha sempre solleticato gli istinti pelosi della parte repressa di questo paese, ed invocarlo è sempre molto pericoloso: prova ne è, per restare nella nostra zona in tempi recenti, l'odioso episodio che ha visto vittima la sindaca di Empoli, destinataria di una xenofoba e sgrammaticata lettera minatoria (senza per questo dimenticare gli sdoganamenti di cui sono stati artefici in questi anni molti esponenti del suo partito).
Ciò non toglie che i fascisti ci sono ancora e stanno rialzando la cresta, aiutati in questo dal mainstream che sta facendo di tutto per legittimarli politicamente. Ma abbiamo ormai un'esperienza secolare di pratiche per combatterli, non è necessario votare Pd o Cinque Stelle (a questo proposito leggetevi il fumetto di Zerocalcare "Non è una partita a bocce"): per esempio, quando invocano la libertà di parola per vomitare la loro schifosa propaganda, bisogna rendersi conto che loro non hanno nulla da spartire con nessun tipo di libertà, anzi ne sono la negazione, quindi contrastarli in qualsiasi modo è legittimo da parte nostra, anzi è un dovere, e tranquilli, non stiamo contravvenendo a nessun precetto morale o comandamento etico, chi vi dice il contrario è in malafede.
La Resistenza non è finita il 25 aprile 1945: la Resistenza continuerà fino a quando esisteranno i fascisti.
mercoledì 1 marzo 2017
DEPRESSIONE ITALIA
Questo Paese è socialmente malato, di una grave patologia psicotica. Che si sta aggravando ulteriormente, visto che nessuno vuole ammetterlo. Proviamo ad elencare alcuni avvenimenti successi negli ultimi tempi: l'istigazione al suicidio di un sedicenne ad opera di sua madre e della guardia di finanza per dieci grammi di fumo; l'irruzione e la carica della polizia dentro una biblioteca universitaria a Bologna; Bello Figo e la censura nei suoi confronti (della quale nessun voltairiano, quelli del #jesuisetc..., si è degnato di prendere in considerazione); la ridicola polemica sulle palme e i banani di fronte al Duomo di Milano e l'idiota che li ha bruciati; la vigliacca, misogina e razzista rappresaglia fuori dal lidl di Follonica; i discorsi oscurantisti sull'aborto e l'eutanasia, degni del periodo di maggior splendore dell'Inquisizione; l'attacco indiscriminato verso l'UNAR (con la complicità di quegli infami delle Iene) e i "furbetti" della pubblica amministrazione, quando allo stesso tempo non desta scalpore che lo Stato Italiano spenda 23 miliardi l'anno nell'apparato militare e altri 20 miliardi per salvare le banche dei padroni.
Il corpo sociale è completamente preda dell'irrazionalità e dell'isteria, esiste un diffuso complesso di inferiorità nei confronti dei modelli che la morente società capitalista ci ha imposto di seguire. Non c'è un movimento reale che sia in grado di proporre un'alternativa perseguibile a questi modelli e per questo la maggioranza appoggia la repressione e si adegua alla mediocrità. O meglio, esiste un generoso movimento che si oppone allo stato di cose presenti, ma possiede poca influenza, è marginalizzato e non viene riconosciuto da chi dovrebbe farne parte.
I nuovi mezzi di informazione cibernetici hanno fatto il resto, spersonalizzando il confronto e dando il via libera a rancori e rivalse rozzi e ingenui. Il berlusconismo democraticizzato: ogni scemo può dire la sua stronzata senza bisogno di argomentarla, senza responsabilità, senza conseguenze, rinnegandola in qualsiasi momento. Bisognerà iniziare ad ammettere che Facebook e tutta la merda simile ha generato più danni che benefici. I social network hanno inquinato il dibattito pubblico. Non c'è più verso di intraprendere una discussione senza che qualcuno alzi la voce per avere ragione, o dia la colpa di qualsiasi cosa, a seconda delle circostanze, ai politici o agli immigrati. Il discorso si focalizza soltanto sugli effetti, meglio se morbosi e sanguinolenti, glissando completamente sulle cause, cioè il miglior modo per non trovare mai una soluzione ai problemi. Si fa un gran vociare dell'orgoglio italiano, il popolo italiano, prima gli italiani... Ma che cazzo vuol dire?! Di cosa stiamo parlando, che voi italiani non andate d'accordo neanche alle riunioni di condominio!
Il quadro politico è una desolazione senza uscita. L'ultima speranza dei democratici, il movimento cinque stelle, si è mostrata per quello che è sempre stata, un'ipocrita illusione. Il loro cavallo di battaglia, il legalismo, li sta distruggendo, com'era prevedibile. E' stata una pessima mossa assurgere a dogma fondativo una costruzione che è la pietra angolare di quello che si pensava di combattere. La legge non è un principio assoluto, una verità incontrovertibile: è soltanto l'espressione di un determinato potere che in un determinato momento storico possiede la forza di imporre la sua volontà in funzione dei suoi interessi (infatti, per rimanere in Italia, un tempo è stato legale perseguitare gli ebrei, e ad oggi è legale torturare, visto che non esiste una legge che lo vieta).
Sappiamo di chi sono le responsabilità politiche e morali di questa situazione, e dovremmo agire di conseguenza. Quando, in un futuro purtroppo ancora lontano, il capitalismo verrà considerato come un errore della Storia, i nostri discendenti si chiederanno come sia stato possibile ridurre un pianeta ad una pattumiera e costringere i suoi abitanti, che hanno avuto soltanto da rimetterci dalla loro condizione di schiavitù, ad essere complici di un ideale egoista di accumulazione che non ha alcun senso logico. Siamo certi che non troveranno una risposta.
lunedì 12 dicembre 2016
NON ESISTE UN DOPO-REFERENDUM
E' imbarazzante, in questo Paese, salire sul carro dei vincitori, perchè quel carro è sempre affollato di personaggi sgradevoli che non meritano di starci. Quindi, restiamo con i piedi per terra: quella del no non è, dal nostro punto di vista, una vittoria, è soltanto il raggiungimento di un obiettivo, quello di far cadere un governo che ha emanato le riforme più liberiste e anti-popolari degli ultimi decenni. Il problema di fondo rimane. Non crediamo che i governi a seguire, di qualsiasi forma o colore essi saranno, riusciranno a sottrarsi alla tendenza politica di questa epoca, ossia la progressiva sovrapposizione degli interessi di chi è al potere con quelli dell'economia e della finanza.
Il completo fallimento della democrazia borghese reale si sta trascinando dietro anche la sua organizzazione formale. I commenti che la borghesia illuminata e gli intellettuali organici al sistema di sfruttamento odierno hanno fatto del risultato di questo referendum, sono stati di malcelato rancore e di neanche tanto sottile disprezzo verso gli elettori che hanno votato il no. Costoro si ostinano a non voler recepire il messaggio espresso da questo voto: la loro delegittimazione da parte di una classe in progressivo e irreversibile impoverimento, quando non già povera e disillusa. Il loro attaccamento al potere e la loro miopia analitica ci stanno trascinando verso forme di governo conservative dei privilegi e repressive del dissenso, forme che porteranno ad un ulteriore peggioramento delle condizioni reali di esistenza.
Il cadavere istituzionale dell'unione europea è pervaso al suo interno da germi razzisti e autoritari che sono le scorie più tossiche rilasciate dall'insuccesso delle sue politiche. Sono le vecchie logiche di dominio mai superate, declinate all'era tecnologica e post fattuale. Il razzismo viene usato per non parlare di politica e dei problemi sociali, e per imporre dall'alto misure draconiane ed estemporanee, come se il nocciolo della questione fosse solamente l'immigrazione, e non soprattutto il fatto che la ricchezza si sta ancora e sempre concentrando nelle mani di un'élite ben definita. L'informazione generalista, se da un lato fa finta di preoccuparsi delle derive populiste del vecchio continente, dall'altro propaganda il razzismo con un linguaggio morboso ed intollerante, dando il massimo risalto a episodi sensazionalistici e commenti "di pancia" vomitati dagli ennesimi "utili idioti". Per esempio, Salvini, squallido personaggio sempre in cerca di attenzioni, (sintomo di una sindrome dell'abbandono per la quale farebbe bene a farsi aiutare), e pronto a prendersela contro chi non si può difendere, come un qualsiasi bullo delle medie.
Siamo circondati da situazioni infuocate sulle quali i nostri governanti stanno gettando benzina. Il cambiamento non verrà certo da loro, ma dal basso, dalla nuova organizzazione di un contro-potere, di un argine contro chiunque voglia esercitare una qualsiasi autorità sulle nostre vite, dell'auto-determinazione della classe per il momento subalterna. Non esiste un dopo-referendum: è esistito un passato, dal quale dobbiamo imparare dagli errori e recuperare esperienze costruttive; esiste un presente problematico da affrontare con le armi della critica e ben consapevoli della nostra condizione; esisterà un futuro ancora da decifrare, dipenderà da noi se sarà un piacere farlo o meno.
sabato 5 novembre 2016
IN SCIOPERO FINO ALLA PENSIONE!
IN SCIOPERO FINO
ALLA PENSIONE!
Ci risiamo, è
successo di nuovo. Mi dicevo basta, adesso è l’ora di cambiare registro, non
sei più un ragazzino, bisogna che ti trovi un lavoro serio e inizi a farti una
vita. Qualcosa del tipo tutti i giorni nel solito posto, otto ore come minimo,
e attaccamento, dedizione e gratitudine al datore di lavoro. “Datore di
lavoro”, che stronzata di locuzione! Riniziamo a chiamare le cose con il loro
nome: padrone! Forse si allevierà per un po’ la nausea che ci assale ogni
mattina al risveglio.
Io l’avevo trovato,
quel cazzo di lavoro, e tutti a dirmi ah che fortuna, di questi tempi, tientelo
stretto che è un attimo rimanere disoccupati, sì è vero, la paga è bassa però,
meglio di niente, e tutta una serie di formule consolatorie che non mi
consolavano affatto, anzi non facevano altro che alimentare il senso di
oppressione che mi costipava i pensieri. Tra l’altro era il lavoro che mi
sarebbe dovuto piacere, è perfetto per te, all’aria aperta in mezzo alla
natura, la mia consacrazione, la degna pietra tombale eretta sui cadaveri delle
mie speranze. Non ce l’ho fatta invece, non l’ho sopportato, e non perché penso
di essere un ribelle o perché voglio preservare l’illusione della giovinezza,
ho superato queste fasi, sono più consapevole. Ogni volta che mi affranco da un
lavoro mi sento sollevato, come quando, credo, si riesce a schivare un
proiettile che potrebbe ucciderti. Non esiste un lavoro che riesca a sostenere,
e men che meno possa trovare piacevole. Per me parla il mio percorso
lavorativo: la prima occupazione fu in una cereria, inzuppavamo le candele in
delle vasche di acetone, con il padrone, un vecchio ubriacone, che era lì con
noi, fumava tre pacchetti di MS al giorno e ogni tanto qualche tizzone finiva
dentro e ne usciva una fiammata: avevamo sedici anni e la cosa poteva anche
divertirci, dopotutto gli scroccavamo le sigarette e qualche cicchetto. Poi mi
ritrovai ad una pressa a fare vasi di ceramica per un bottegaio avido, corroso
dal sospetto e dalla diffidenza; con me c’era un uomo sui quarantacinque anni,
gentile e comprensivo, che qualche anno dopo morì ancora giovane di infarto.
Successivamente fu la volta di un’industria dolciaria: ero in magazzino e
preparavo i bancali per il cellista, una delle persone più tristi che abbia mai
conosciuto, doveva stoccare la merce in una cella a trentadue gradi sotto zero
e aveva il raffreddore tutto l’anno, anche d’agosto. Poi di nuovo ad una
pressa, in una fabbrica che produceva, tra l’altro, materiali per rivestimenti
di carri armati, astronavi e stronzate simili. Sette ore – turno di notte – a
pigiare un bottone e accatastare piastrelle di materiale indistruttibile,
destinate all’esercito israeliano e alle navicelle spaziali della NASA. Quindi
in un laboratorio di bigiotteria, dove si rifinivano ninnoli con una mola
spietata: ho visto un ragazzo più giovane di me perdere l’indice di una mano
con quella macchina infernale, il guanto dove mancava un dito e al suo posto
usciva una fontanella di sangue. Ci sono rimasto quattro giorni in quegli
scantinati, giusto il tempo di inventare una scusa – allergia alla polvere di
ferro. E in rapida successione: sottopagato al montaggio di lampadari e
plafoniere, magazziniere in un capannone immenso senza riscaldamento, occupato
nel bucolico e rustico mondo dell’agricoltura, vendemmie, raccolte, potature,
giardinaggio, alla mercé di gretti caporali e aristocratici fattori che si
sdegnavano di smotarsi le Hogan.
La fine di
ognuno di questi lavori è stata una risalita dagli inferi, una boccata di aria
fresca dopo mesi di paludosa apnea. Ricordo sempre con piacere le mattinate
durante le quali mi svegliavo senza la dittatura di una sveglia e avevo davanti
un giorno vuoto di obblighi e per questo pieni di seducenti aspettative. Quando
lavori non riesci mai a cogliere appieno l’intensità dei profumi, la
luminescenza del cielo, la vivacità dei colori e la profondità dei desideri.
Tutto rimane congelato in attesa del giorno di riposo che, come l’ora d’aria
del detenuto, si consuma nella bramosia dell’attesa di qualcosa di speciale, di
unico, di eccezionale, che non arriverà mai. E se arriverà, rimarrà solo il suo
racconto che si confonderà assieme agli altri banali discorsi della
pausa-pranzo del lunedì.
Detto ciò mi
trovo obbligato a considerare l’aspetto materiale della questione: senza soldi
non si può stare, per ora, non si campa di rendita, almeno per quanto ci
riguarda. Sembrerebbe un problema insormontabile se affrontato dalla
prospettiva capitalista, cioè quella con la quale ci hanno educato e che
subiamo ogni giorno. In una società in cui l’unico metro di valutazione rimane
quello monetario, in cui il valore delle cose e delle persone è solo valore di
scambio, in cui la convenienza determina i rapporti sociali, è inconcepibile
stare senza generare profitto, senza produrre. Se per un attimo provassimo a
osservare la realtà da un ottica diversa, obliqua a quella dominante, una
visione storica che metta al centro dell’obiettivo i desideri dei viventi,
l’armonizzazione dell’azione umana con quella del resto dell’ambiente naturale
e animale, un’esistenza non più votata all’accumulazione, ma all’affinamento,
alla scoperta e allo sperpero di piaceri e sensazioni – a quel punto cadrebbe
il reticolato di menzogne, ansie e paure che ci hanno costruito intorno alla
mente. E nessuno troverebbe più così necessario lavorare. Sarà un percorso
lungo e difficile, i nostri nemici, militarmente e mediaticamente ben
equipaggiati, faranno di tutto per farci desistere, ne va della loro
sopravvivenza. Dovremo essere in tanti e convinti di fare la cosa giusta, perché
alla fine lo è. Si tratta di salvare l’umanità dalla propria estinzione, e non
è un eufemismo. E non venitemi a parlare di utopie o illusioni: trovo molto più
stupido consegnare una vita, che per inciso è l’unica che abbiamo, allo
sfruttamento soltanto perché non siamo più capaci di immaginarci una condizione
migliore.
venerdì 30 settembre 2016
IL SONNO DI UNA REGIONE GENERA RENZI
IL SONNO DI UNA
REGIONE GENERA RENZI
Toscana:
la regione “rossa” per eccellenza, oppure, a seconda dei gusti, “il buco nero
della democrazia”, come la definì qualche anno fa un vecchio protettore di
prostitute. Terra solcata da vanghe millenarie che, oltre al sudore, ha dovuto
assorbire il sangue dei vigliacchi eccidi nazi-fascisti, dai quali nacque una
lotta fiera e orgogliosa, e ben presto tradita. Le case del popolo, le
cooperative, le bestemmie come intercalare. Dalla fine della seconda guerra
mondiale tutti i rapporti economici e sociali si sono retti su compromessi
formali, sia con il capitale che con la chiesa, e di conseguenza con l’organismo
che le riuniva, la democrazia cristiana. Le amministrazioni erano guidate a
grande maggioranza dal PCI, e distillavano politiche sociali quel tanto che
bastava a tenere calma la base ed evitare che si corresse il rischio di
realizzare il comunismo. La domenica il marito andava al bar e la moglie ad
ascoltare il prete, così che il saldo delle anime fosse almeno in pareggio. Le
cose sembravano funzionare e questa situazione si cristallizzò: i bottegai
costruivano villette abusive al mare, il “padrone-compagno” elargiva
tredicesime agli operai, che in questo modo potevano permettersi l’auto e tutti
i comfort del nascente consumismo.
Con
la caduta del Muro e le conseguenti periodiche ristrutturazioni del
capitalismo, il compromesso iniziò a vacillare, scoperchiando tutte le sue
contraddizioni. La sinistra istituzionale, durante tutte le sue involuzioni, è
rimasta al timone del potere locale, ma per sopravvivere è stata costretta a
continue concessioni nei confronti del nuovo assetto economico: in poche
parole, essendo i rapporti di forza favorevoli a quest’ultimo, ha dovuto
mascherare le privatizzazioni e i tagli al welfare come frutti della propria
anima riformista, puntando sulla narrazione di un “liberismo dal volto umano”.
In questo brodo di coltura, con l’opinione pubblica ancora frastornata,
incapace di reagire e tendenzialmente sempre più povera, si sono fatte strada
nella classe dirigente del nuovo partito mutazioni ibride, soluzioni liquide
buone per tutte le stagioni, figure che mantengono i tratti d’onestà e fiducia
tipici di una certa idea di sinistra, unito al pragmatismo delle buone
intenzioni dal sapore democristiano, il tutto condito dalla giusta dose di
paraculaggine ereditata dal miglior berlusconismo. Questo nuovo standard
nazional-popolare, integrandosi con la supposta, proverbiale simpatia dei
toscani, ha generato oltretutto personaggi funzionali ad una determinata
narrazione culturale, che hanno fatto in una certa misura da apripista al
successo del format. Ci riferiamo a starlette del calibro di Carlo Conti,
Pieraccioni, Panariello, Jovanotti, spacciatori inflazionati di sentimenti
plastificati e spensierate risate, ansiolitici ideali a far dimenticare la
pauperizzazione delle nostre esistenze.
Ovviamente
voteremo NO al prossimo referendum. Ma non per esprimere disaccordo su una
legge specifica, salvare la costituzione, o a cosa diavolo serva questo
referendum. D’altra parte, anche le destre e losche figure imprenditoriali
hanno manifestato la loro intenzione di diniego, inserita nelle dinamiche di
lotta per il potere interne alle classi dirigenti, dimensione che non ci
riguarda. La Legge è sempre stata funzionale alla gestione e alla conservazione
dei privilegi delle classi dominanti, lo abbiamo ben chiaro e non abbiamo la
pretesa di cambiarla, ne vogliamo piuttosto la dissoluzione. Il nostro NO
trascende l’apporre una semplice crocetta su un foglio: è la risposta ad una
domanda che chi ci governa ha una gran paura di porci, è la negazione di tutto
un sistema di pensiero basato sullo sfruttamento e la prevaricazione, è l’opposizione
totale, radicale, alle azioni che una minoranza ben armata sta imponendo al
resto dell’umanità. Se poi questo voto servirà a far cadere un governo, tanto
di guadagnato: alimentare il caos, analizzarlo, approfittare delle pieghe che
possono essere favorevoli alla nostra classe, quella proletaria, visto che la
confusione che regna in essa non ne permette un’organizzazione. Si può avere
opinioni differenti su questioni specifiche, ma su una cosa bisognerebbe essere
tutti d’accordo: il capitalismo va distrutto, prima che ci distrugga.
COLLETTIVO
ANTIKUNST
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